Storie che non tengono.
Oggetti che reggono.

Stories that don't hold.
Objects that do.

Des histoires qui cèdent.
Des objets qui tiennent.

Una serie thriller in sette volumi. E pezzi unici in ferro e legno, costruiti su commissione con materiale di recupero.

A thriller series in seven volumes. And one-of-a-kind pieces in iron and wood, built to order from reclaimed material.

Une série de thrillers en sept tomes. Et des pièces uniques en fer et bois, réalisées sur commande à partir de matériaux de récupération.

Tre racconti della pauraThree tales of fearTrois récits de la peur

Tre storie brevi, gratuite

Three short stories, free

Trois histoires courtes, gratuites

Non sono estratti dei romanzi: sono racconti interi, con un finale. Il primo si legge qui, adesso. Gli altri due li mando per email a chi si iscrive: uno subito, l'altro dopo una settimana.

These are not extracts from the novels: they are whole stories, with an ending. The first one can be read here, now. The other two I send by email to whoever subscribes: one straight away, the other a week later.

Ce ne sont pas des extraits des romans : ce sont des récits entiers, avec une fin. Le premier se lit ici, tout de suite. Les deux autres, je les envoie par email à qui s'inscrit : l'un immédiatement, l'autre une semaine plus tard.

La serieThe seriesLa série

Le 7 Paure

The 7 Fears

Les 7 Peurs

Sette volumi, una protagonista, una paura per volta. Valeria Greco non indaga per mestiere: indaga perché qualcuno ha deciso al posto suo cosa poteva ricordare. Ogni volume è costruito attorno a una paura, e nessuna delle sette si risolve nel modo in cui il lettore se l'aspetta.

Seven books, one protagonist, one fear at a time. Valeria Greco doesn't investigate for a living: she investigates because someone decided, in her place, what she was allowed to remember. Each volume is built around a fear, and none of the seven resolves the way the reader expects.

Sept volumes, une protagoniste, une peur à la fois. Valeria Greco n'enquête pas par métier : elle enquête parce que quelqu'un a décidé à sa place ce qu'elle avait le droit de se rappeler. Chaque volume est construit autour d'une peur, et aucune des sept ne se résout comme le lecteur l'attend.

Volume 1Book 1Tome 1
Villa delle Ombre — Le 7 Paure, Libro 1 Villa delle Ombre — Le 7 Paure, Libro 1 Villa delle Ombre — Le 7 Paure, Libro 1

Villa delle Ombre

Villa of the Shadows

Villa des Ombres

Ci sono ricordi che non sono tuoi. E qualcuno ha deciso quali. Valeria Greco comincia a trovare vuoti nelle proprie giornate — e alla Villa qualcuno ha tenuto un registro con una sigla accanto al suo nome.

Some memories are not yours. And someone decided which ones. Valeria Greco starts finding gaps in her own days — and at the Villa, someone kept a register with a code beside her name.

Certains souvenirs ne sont pas les vôtres. Et quelqu'un a décidé lesquels. Valeria Greco commence à trouver des trous dans ses journées — et à la Villa, quelqu'un a tenu un registre avec un code à côté de son nom.

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Volume 2Book 2Tome 2
Genova, la città verticale — Le 7 Paure, Libro 2 Genova, la città verticale — Le 7 Paure, Libro 2 Genova, la città verticale — Le 7 Paure, Libro 2

Genova, la città in verticale

Genoa — The Vertical City

Gênes — La ville verticale

Salta fuori un elenco. Non di sospetti: di persone considerate disponibili. Uno di quei nomi Valeria lo conosce. Un altro è il suo. Da lì la città si apre in verticale.

A list surfaces. Not of suspects: of people considered available. One of those names Valeria knows. Another one is hers. From there the city opens vertically.

Une liste refait surface. Pas de suspects : de personnes considérées comme disponibles. L'un de ces noms, Valeria le connaît. Un autre est le sien. À partir de là, la ville s'ouvre à la verticale.

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Volume 3 — in scrittura Book 3 — in progress Tome 3 — en cours
Il fiume senza nome — Le 7 Paure, Libro 3

Il fiume senza nome

The Nameless River

Le fleuve sans nom

Il passato non torna. Cambia forma.
Maria scrive dal carcere. Elena ha scelto di sparire. E una donna senza nome prova a costruirsi una vita mentre tutti, intorno a lei, continuano a decidere chi dovrebbe essere. La verità non basta più: occorre scegliere quale colpa portare con sé.

The past doesn't come back. It changes shape.
Maria writes from prison. Elena has chosen to disappear. And a nameless woman is trying to build herself a life while everyone around her keeps deciding who she ought to be. The truth is no longer enough: you have to choose which guilt to carry.

Le passé ne revient pas. Il change de forme.
Maria écrit depuis la prison. Elena a choisi de disparaître. Et une femme sans nom essaie de se construire une vie pendant que tous, autour d'elle, continuent de décider qui elle devrait être. La vérité ne suffit plus : il faut choisir quelle faute porter avec soi.

Non è ancora uscito. Sto scrivendo.

Not out yet. Still writing.

Pas encore paru. J'écris encore.

Avvisami quando esceTell me when it's outPrévenez-moi à la sortie Leggi l'inizio in anteprimaRead the opening earlyLire le début en avant-première
Lettura gratuita — capitolo integrale Free reading — full chapter Lecture gratuite — chapitre intégral Lettura gratuita — capitolo integrale Free reading — full chapter Lecture gratuite — chapitre intégral Anteprima — il volume 3 non è ancora uscito Early look — book 3 isn't out yet Avant-première — le tome 3 n'est pas encore paru

Villa delle Ombre

Le 7 Paure · Volume 1 — Capitolo 1 — L'invito

Villa of the Shadows

Le 7 Paure · Book 1 — Chapter 1 — The Invitation

Villa des Ombres

Le 7 Paure · Tome 1 — Chapitre 1 — L'invitation

Genova, la città in verticale

Le 7 Paure · Volume 2 — Capitolo 1 — La città verticale

Genoa — The Vertical City

Le 7 Paure · Book 2 — Chapter 1 — The Vertical City

Gênes — La ville verticale

Le 7 Paure · Tome 2 — Chapitre 1 — La ville verticale

Il fiume senza nome

Le 7 Paure · Volume 3 — anteprima — Capitolo 1 — Quattro lettere

The Nameless River

Le 7 Paure · Book 3 — preview — Chapter 1 — Four Letters

Le fleuve sans nom

Le 7 Paure · Tome 3 — avant-première — Chapitre 1 — Quatre lettres

Valeria Greco stava mangiando pasta al pomodoro fredda direttamente dal tupperware quando la fotografia scivolò fuori dal fascicolo Brunetti e le cadde in grembo.

L’odore acido del pomodoro vecchio e del metallo della forchetta le fece salire la nausea. Aveva perso l’abitudine al sapore dei pasti lasciati a metà. Negli ultimi mesi si era nutrita più di rapporti interni e caffe’ che di cibo vero.

Matteo.

Suo fratello, vivo; il cervello reagì prima del cuore. Un impulso elettrico, un brivido lungo la schiena, la mente che cercava di tradurre l’impossibile in linguaggio razionale.

Il respiro si spezzò come se qualcuno le avesse tolto l’aria senza toccarla. Era vivo, in un vicolo che non riconosceva, prima che tre proiettili lo trasformassero in cinquantasette pagine di rapporto investigativo e in una scatola di ceneri che Valeria teneva ancora nell’armadio perché non sapeva cos’altro farne.

Posò la forchetta. Con cura. Come se movimenti bruschi potessero far scomparire la foto.

Nella sua testa, la voce del terapeuta della polizia: «Il lutto è un processo, Valeria. Non puoi saltare le fasi.» Ma Valeria aveva saltato quattro delle cinque fasi e si era accampata stabilmente nella quinta: rabbia.

Era più produttiva della tristezza.

La foto era uno screenshot: risoluzione bassa, stampato su carta comune, bordi irregolari come se qualcuno l’avesse strappato in fretta.

Matteo indossava quel giubbotto di pelle marrone, quello che lei gli aveva regalato dopo che lui aveva passato tre mesi a fissarlo in vetrina dicendo che costava troppo.

«Vale, un agente sotto copertura non può permettersi Belstaff.»

«Allora smetti di essere sotto copertura.»

«E tu smetti di essere testarda.»

«Impossibile. È genetico.» Ricordò quella sera: il bar vicino alla stazione, la musica troppo alta, il suo sorriso ostinato.

Aveva scattato una foto col telefono, poi l’aveva cancellata due giorni dopo la sua morte, come se la memoria potesse obbedire a un comando.

Nella foto, Matteo parlava con qualcuno. Una donna, fuori fuoco, con i capelli scuri raccolti in uno chignon che avrebbe potuto essere elegante o frettoloso: impossibile dirlo. Il volto era girato via dalla telecamera con una precisione che sembrava deliberata.

Ma la postura era sbagliata per una conversazione casuale. Le spalle troppo rigide.

Le mani chiuse a pugno. Valeria aveva interrogato abbastanza sospetti per riconoscere linguaggio corporeo aggressivo anche sfocato e in bianco e nero.

Voltò la foto. Calligrafia in penna blu—decisa ma non curata, come se fosse stata scritta in fretta: 16 marzo 2025 - 48 ore prima Quarantotto ore prima della chiamata che aveva cambiato tutto.

«Commissario Greco? È il sovrintendente Caruso. C’è stato un incidente. Suo fratello—» Il resto era nebbia.

Valeria ricordava parole —«mi dispiace» e «operazione compromessa» e «tutto il possibile»— ma non nell’ordine giusto, non con la voce giusta. La memoria aveva preso quella telefonata e l’aveva editata così tante volte che non sapeva più cosa fosse reale e cosa fosse ricostruzione.

Ma questa foto —questa era nuova. E non sarebbe dovuta essere lì. Il fascicolo Brunetti era un caso di appropriazione indebita, archiviato tre anni prima. Valeria lo stava rivedendo solo perché il sistema informatico della questura aveva avuto un crash quella mattina e qualche stagista terrorizzato aveva mescolato le pratiche durante il ripristino manuale.

Qualcuno aveva inserito questa foto nel fascicolo sbagliato.

Oggi. L’angolo della carta non era ingiallito. La piega era fresca. Valeria aprì il cassetto in basso a destra—quello che tecnicamente violava dodici regolamenti ma che nessuno controllava mai—e tirò fuori il fascicolo.

GRECO, MATTEO — Agente Sotto Copertura — Deceduto 18/03/2025 — Caso Chiuso Cinquantasette pagine che aveva letto così tante volte che alcune righe le aveva memorizzate involontariamente: «Soggetto colpito tre volte. Due colpi al torace (polmone destro e ventricolo sinistro), uno alla testa (lobo frontale). Morte quasi istantanea. Pallottole 9mm, probabilmente Beretta 92. Nessun bossolo recuperato. Esecutore professionista o estremamente fortunato.» Il medico legale aveva optato per «professionista».

Valeria sfogliò fino al fondo. Foto della scena. Rapporti autoptici. Testimonianze—poche, inutili, contraddittorie.

E lì, nascosta tra pagine di burocrazia, una nota scritta a mano. L’aveva trovata nell’armadietto di Matteo tre giorni dopo il funerale. Non era stata inserita nel fascicolo ufficiale perché sembrava —come aveva detto Caruso, lo psicologo della centrale—«prodotto di stress operativo estremo».

Paranoia, in altre parole.

Ma Valeria l’aveva tenuta.

La grafia era quella di Matteo, spigolosa e nervosa. Le lettere sembravano incise più che scritte, come se avesse premuto troppo forte per farsi credere anche da se stesso.

«Se qualcosa mi succede, controllare il Progetto Lete. Maffei sa. Non è paranoia. È reale. Hanno infiltrati ovunque. Non fidarti—» Fine.

La frase si interrompeva lì, la penna fermata a metà parola.

Un tratto d’inchiostro più spesso, poi niente. Il vuoto aveva una sua voce, e diceva tutto ciò che Matteo non aveva fatto in tempo a scrivere, come se qualcuno l’avesse disturbato. O come se Matteo avesse realizzato che la lista di persone di cui non fidarsi era troppo lunga.

Progetto Lete. Valeria aveva cercato. Database della polizia—niente. Interpol—niente. Ricerche online—un fiume greco mitologico associato all’oblio. Utile per cruciverba, inutile per investigazioni.

E Maffei. Alberto Maffei.

Neuroscienziato. Specialista in neuroscienze cognitive e manipolazione della memoria.

L’aveva ascoltato parlare una volta, in un’aula gremita: il tono pacato di chi sa di maneggiare qualcosa che fa paura.

Aveva detto: «Ricordare non è un atto naturale, è una scelta chimica.» All’epoca Valeria aveva pensato fosse solo provocazione.

Ora non più. Si erano incontrati a quel convegno due anni prima—lui aveva presentato un caso su come un uomo aveva convinto un’intera famiglia di avere ricordi falsi di abusi mai accaduti.

Brillante. Inquietante. Il tipo di persona che vedeva gli esseri umani come collezioni di sinapsi riscrivibili.

Il telefono sulla scrivania squillò. Valeria lo fissò per quattro squilli, contandoli. Nessuno chiamava l’ufficio a quell’ora a meno che qualcuno fosse morto.

O stesse per morire. O— Quinto squillo. Alzò la cornetta.

«Commissario Greco.» Silenzio.

Non un vuoto, ma un silenzio popolato. Il tipo di silenzio di qualcuno che respira dall’altra parte, cercando parole o coraggio o entrambi.

Valeria alzò lo sguardo al soffitto, localizzando le quattro telecamere di sicurezza che coprivano l’ufficio.

«Se questa è una burla, ho le registrazioni video e il tracciamento delle chiamate. Sarò alla sua porta entro domattina.»

«Non è una burla.» Voce maschile—sessanta e qualcosa, accento torinese educato, ma con una tensione sottostante come una corda di violino tirata troppo forte.

«E non sono nelle telecamere. Sono al telefono perché avere questa conversazione di persona sarebbe pericoloso. Per entrambi.» Valeria riconobbe la voce mezzo secondo prima che l’uomo si presentasse.

«Alberto Maffei.» Pausa.

«Professore», disse Valeria lentamente.

«Che piacevole sorpresa. Mezzanotte meno tredici. Orario perfetto per una chiamata sociale.»

«Ha ricevuto la fotografia.» Il mondo tremò leggermente. Osservò la foto sul tavolo. Poi le telecamere. Poi la finestra—buio totale oltre il vetro.

«Come fa a sapere—»

«Perché l’ho fatta inserire io. Tre ore fa. Ho ancora dei contatti in questura.» Una pausa calcolata.

«Dovevo essere sicuro che avrebbe ascoltato.»

«Ascoltato cosa, esattamente?»

«Chi è la donna nella fotografia con suo fratello.» Valeria sentì qualcosa stringersi nel petto.

«Professore, se sa qualcosa su chi ha ucciso mio fratello—»

«Venga a Villa Maffei. Venerdì sera, alle diciannove. Colline di Superga.» La voce si fece urgente.

«Ho riunito tutte le persone coinvolte in un altro caso. Un omicidio undici anni fa che fu archiviato come incidente. E temo che l’assassino—lo stesso che uccise suo fratello—voglia colpire di nuovo.» Valeria prese penna e carta.

«Nome della vittima, undici anni fa?»

«Davide Torre. Ricercatore. Esplosione in laboratorio privato. Caso chiuso in quarantotto ore.»

«Se sospetta omicidio, compili denuncia. Protocollo—»

«Il protocollo prevede che la polizia investighi.» Maffei rise—un suono senza gioia.

«Ma la polizia locale chiuse il caso prima ancora che i vigili del fuoco finissero di spegnere le fiamme. Non importava che le evidenze forensi fossero contraddittorie. Non importava che Davide mi avesse chiamato tre ore prima dicendo che qualcuno voleva ucciderlo. Caso chiuso.»

«Perché?»

«Perché qualcuno con potere—molto potere—voleva che fosse dimenticato. Letteralmente dimenticato.» Pausa.

«E hanno gli strumenti per farlo.» Osservò la nota di Matteo.

Progetto Lete.

«Il progetto che mio fratello stava investigando», disse.

«È connesso alla morte di Torre?»

«Commissario, suo fratello non stava investigando il Progetto Lete. Era parte di esso. Senza saperlo.» Il telefono quasi scivolò dalla mano di Valeria.

«Spieghi.»

«Non al telefono. Mai al telefono.» La voce di Maffei tremò.

«Ma le dirò questo: Matteo venne da me sei mesi prima di morire. Mi disse che aveva buchi nella memoria. Che si svegliava in posti senza ricordare come ci fosse arrivato. Che a volte prendeva decisioni che non capiva. Pensai fosse stress operativo.»

«E invece?»

«E invece era manipolazione neurochimica. Qualcuno stava usando su di lui la stessa tecnologia che uccise Davide Torre. E quando Matteo iniziò a resistere—quando la sua neurologia unica respinse la manipolazione—divenne un problema da eliminare.» Valeria chiuse gli occhi.

Respirò. Quattro secondi dentro, otto secondi fuori.

Tecnica che il terapeuta le aveva insegnato per gestire la rabbia. Come al solito, non funzionò.

«Ha delle prove?»

«Ho un diario. Il diario di laboratorio di Davide, nascosto undici anni in una cavità del muro. L’ho trovato solo la settimana scorsa.» Pausa pesante.

«E ho testimoni—persone che erano lì quella notte. Che furono manipolate per dimenticare ma che ora, forse, possono ricordare.»

«Chi sarà presente venerdì?»

«Tutti quelli che hanno qualcosa da nascondere. E uno che ha tutto da rivelare.» La voce di Maffei si spezzò leggermente.

«E, commissario? Venga armata. Non perché ci sarà violenza—spero di no. Ma perché l’assassino è uno di noi. E quando scoprirà che stiamo per esporlo, reagirà.»

«Mi sta usando come esca.»

«Le sto offrendo giustizia per Matteo. È disposta a rischiare per questo?» Osservò la polaroid che teneva appuntata alla bacheca sopra la scrivania.

Lei e Matteo, dodici anni, al luna park.

Zucchero filato sulle facce, sorrisi da idioti.

Sul retro, la grafia infantile di Matteo: «Io e Val contro il mondo. Sempre.»

«Ci sarò», disse.

«Ma se questo è un gioco, professore—»

«Non è un gioco.» Sollievo palpabile.

«È l’ultima possibilità di giustizia per persone che sono state cancellate. In ogni senso.»

«Cosa significa?»

«Significa che quando arriverà, scoprirà che la memoria non è solo chi siamo. È un’arma. E qualcuno ha usato quest’arma per undici anni. Ma la finestra si sta chiudendo.»

«Perché ora? Perché dopo undici anni?» Silenzio lungo.

Poi, così piano che Valeria dovette sforzarsi per sentirlo: «Perché sto iniziando a dimenticare. Anche io. Come Matteo. E se non agiamo entro tre giorni, dimenticherò tutto. Chi sono. Perché importa. E l’assassino sarà libero per sempre.» La linea morì.

Restò immobile con la cornetta in mano, l’orecchio ancora teso come se potesse riagguantare la voce dall’altra parte. Il silenzio che seguì fu così denso che per un attimo le parve di sentire il proprio sangue passare nei timpani.

Valeria rimase seduta nell’ufficio vuoto, guardando la foto di Matteo e la donna senza volto.

Poi fece qualcosa che non faceva da quando Matteo era morto.

Aprì il cassetto segreto sotto il tavolo—quello che tecnicamente non esisteva, quello che aveva installato la notte dopo il funerale—e tirò fuori una scatola da scarpe Nike.

La posò sulla scrivania. Dentro c’erano gli oggetti personali di Matteo che era riuscita a salvare prima che qualcuno «pulisse» il suo appartamento; li sfiorò come se fossero organi sopravvissuti a un corpo che non c’era più.

Chiavi. Portafoglio (vuoto—qualcuno aveva preso tutto). Telefono (SIM rimossa, batteria morta). Orologio (rotto, fermo alle 23:47). E tre polaroid.

Valeria prese l’orologio—Casio digitale, quello che Matteo portava sempre.

Display incrinato, fermo alle 23:47. L’orario la colpì come un pugno. 23:47.

L’orario esatto in cui Elena era morta nel 1992, secondo il certificato di morte che aveva trovato nella chiavetta di papà.

Trentatré anni prima. Al minuto.

Coincidenza? Valeria non credeva alle coincidenze.

Valeria sparse le foto sul tavolo.

Prima polaroid: lei e Matteo al luna park, quella che conosceva.

Seconda: Matteo in divisa, il giorno della promozione a detective. Serio, professionale, ma con quel mezzo sorriso che diceva «Non posso credere che mi paghino per fare questo.» Terza— Valeria si fermò.

Non ricordava questa foto. Matteo in un laboratorio. Camice bianco. Circondato da attrezzature scientifiche.

E accanto a lui— Alberto Maffei.

Più giovane, più magro, ma inconfondibile.

Valeria voltò la polaroid.

Grafia che non era di Matteo: «Soggetto 017 — Baseline neurologico — Test iniziale 15/08/2019» Le mani le tremarono.

Soggetto 017.

Non «Detective Greco». Non «Agente Matteo».

Soggetto. La parola soggetto le fece lo stesso effetto di un morso dietro la nuca. Non era un termine neutro. Era una condanna.

Se Matteo era stato un test, allora lei che cosa era? Una variabile di sicurezza?

Valeria cercò nel telefono. Trovò il numero di Maffei—non quello da cui aveva chiamato, ma quello ufficiale dell’università.

Compose.

Squillo. Due. Tre. Segreteria: «Ha raggiunto il professor Alberto Maffei. Attualmente in congedo per motivi personali. Per emergenze, contattare il Dipartimento di Neuroscienze.» Valeria riattaccò.

Guardò l’orologio: 00:03.

Venerdì sera sarebbe arrivato in meno di quarantotto ore.

Prese il suo telefono personale. Compose un numero che usava di rado.

Due squilli. Voce assonnata: «Val? È mezzanotte, è morto qualcuno?»

«Ricci, ho bisogno di un favore.» Silenzio.

Poi: «Quant’è illegale?»

«Scala da uno a dieci? Otto.»

«Cristo.» Rumore di Ricci che si alzava, già sveglio.

«Racconta.» Appartamento di Valeria — Giovedì mattina, ore 06:47 Valeria non aveva dormito.

La notte non era nemmeno davvero arrivata. L’aveva passata seduta sul pavimento, con la schiena contro il muro, la luce del monitor come una ferita aperta.

Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva Matteo voltarsi in un vicolo bagnato e qualcuno che gli sparava da fuori campo.

Quindi aveva deciso di darsi da fare e si era messa a costruire una timeline sul pavimento del soggiorno, usando post-it e spago rosso come nelle serie TV poliziesche che Matteo prendeva in giro.

«Va’, nessuno usa letteralmente spago rosso. È un cliché.»

«Funziona.»

«Funziona a farci ridere sopra.» Ma Valeria non stava ridendo, adesso.

Aveva tre timeline parallele:

TIMELINE A — Morte di Davide Torre (2014) 20 marzo, ore 21:00: Davide chiama Maffei, dice che teme per la sua vita 20 marzo, ore 23:47: esplosione nel laboratorio 21 marzo: Davide dichiarato morto 23 marzo: caso chiuso come «incidente» TIMELINE B — Morte di Matteo (2025) 16 marzo: Matteo incontra donna misteriosa (foto) 18 marzo, ore 23:47: Matteo ucciso 19 marzo: caso aperto come «agguato durante operazione» maggio 2025: caso chiuso, nessun sospetto TIMELINE C — Maffei chiama Valeria (2025) 10 ottobre: Maffei trova il diario di Davide (supposizione) 16 ottobre, ore 23:47: Maffei chiama Valeria 18 ottobre, ore 19:00: riunione programmata

Tre eventi.

Undici anni di distanza.

Tutti collegati da: Orario: 23:47 (Torre muore, Matteo muore, Maffei chiama) Persona: Alberto Maffei (presente o connesso in tutti e tre) Parola: Lete Valeria fissò il pattern.

Coincidenza? Impossibile.

L’orario specifico—23:47— ripetuto tre volte suggeriva significato. Simbolismo. O provocazione.

Qualcuno voleva che lei notasse. Il citofono suonò. Valeria controllò il video.

Un uomo sulla cinquantina, completo grigio costoso, valigetta in pelle. Capelli perfettamente pettinati con gel che brillava sotto la luce del portico. Denti troppo bianchi—sbiancati professionalmente, probabilmente ogni sei mesi.

Non lo riconosceva. Prese la Beretta dal tavolo. Verificò: caricatore pieno, sicura tolta.

Aprì la porta lasciando la catena inserita.

«Sì?» L’uomo sorrise. Professionale, calcolato, senza calore.

«Commissario Greco? Sono l’avvocato Santoro. Rappresento la famiglia Maffei.» La voce era troppo calma.

Odorava di tabacco costoso e menzogna educata.

Valeria lo misurò in un secondo: completo su misura, occhi che calcolavano. Non portava ombre visibili, ma il tipo di persona che parla così ne ha sempre una alle spalle.

Valeria non abbassò la pistola.

«Non ricordo di aver chiesto rappresentanza legale.»

«Non è per lei.» Passò una busta attraverso la fessura.

Spessa, color crema, sigillata con ceralacca.

«Il professor Alberto voleva assicurarsi che avesse tutto il necessario per il weekend. Considerando la… distanza della villa.» Valeria prese la busta senza aprirla.

«Cosa c’è dentro?»

«Denaro contante. Mille euro. Per spese di viaggio.» Il sorriso si allargò.

«E una chiave della villa. Il professore dice che ne avrà bisogno.»

«Perché non può darmela lui?»

«Perché il professor Maffei è… indisposto. Stress. È comprensibile, considerando quello che sta pianificando.» L’avvocato si aggiustò gli occhiali.

«E, commissario? Un consiglio non richiesto—porti la pistola. Villa Maffei ha una storia complicata. Tre morti in duecento anni. Le persone tendono a perdersi lì.»

«Perdersi come?»

«Geograficamente. Mentalmente.» Scrollò le spalle.

«La distinzione importa, quando sei morto?» E si allontanò, scarpe lucide che cliccavano sul marciapiede.

Valeria chiuse la porta. Sapeva che era una trappola. Nessun avvocato porta contanti alle sei del mattino.

Nessun avvocato parla per enigmi su persone che si perdono mentalmente.

Ma accettò la busta, non perché si fidasse, ma perché era l’unico filo che aveva da tirare.

Aprì la busta. Dentro: esattamente mille euro in banconote da cinquanta. Biglietto da visita dell’avvocato. E una chiave—ottone antico, ossidato, con intricati pattern geometrici incisi.

Sul colletto della chiave, stampigliato: VERITAS VOS LIBERABIT La verità vi renderà liberi.

O, pensò Valeria, vi farà uccidere. Sotto la chiave, c’era qualcos’altro. Piccolo. Avvolto in carta velina. Valeria lo scartò.

Una fotografia. Vecchia—anni ’90, forse fine anni ’80. Sbiadita, coi bordi consumati.

Due bambine. Gemelle identiche, uno o due anni.

In piedi davanti a un edificio che Valeria non riconosceva. E tra di loro, in ginocchio— Una donna. Valeria guardò più attentamente. Il volto era familiare ma distante, come qualcosa visto in sogno.

Voltò la foto. Calligrafia diversa—femminile, tremante: «Maria, Valeria, Elena — Estate 1991» Il pavimento si inclinò.

Maria.

Sua madre. Valeria.

Lei stessa. Elena.

Valeria non aveva sorelle, solo un fratello. Era figlia unica, suo padre gliel’aveva detto mille volte.

«Sei tutto ciò che abbiamo, piccola. La nostra unica, preziosa bambina.» Ma nella foto c’erano due bambine. Identiche.

Come quelle del video nella chiavetta di Francesco, come a confermare ciò che Valeria ancora non voleva accettare.

L’immagine tremò tra le dita.

Non per il peso della carta, ma per quello che rappresentava. La pelle d’oca le corse fino alle spalle. La mente cercava giustificazioni—cugine, errore, fotomontaggio — Valeria corse in bagno. Vomitò pasta fredda e bile e qualcosa che sapeva di paura.

Questura Centrale — Giovedì pomeriggio, ore 14:23 «Stai scherzando.» Il detective Ricci—cinquantadue anni, venticinque di servizio, pancia che parlava di troppi pranzi con troppe portate—fissava Valeria attraverso la scrivania del suo ufficio come se fosse impazzita.

Il che, Valeria doveva ammettere, era una reale possibilità.

«Non scherzo.»

«Vuoi andare in una villa isolata con gente che sospetti di omicidio—»

«Due omicidi.»

«—due omicidi, basandoti sulla parola di uno scienziato che dice di “dimenticare” e su una foto di cui non hai ricordo ma che apparentemente ti mostra con una sorella che non hai mai avuto.» Detto così, suonava male.

«Sì.» Ricci si appoggiò indietro sulla sedia. La sedia gemette. Lui ignorò il gemito come un uomo con lunga esperienza nell’ignorare le lamentele delle sedie.

Aveva una di quelle facce che la gente descriveva come «onesta»: linee profonde intorno agli occhi, basette grigie che non aveva mai considerato di tingere, naso rotto male e mai rimesso a posto.

Ma erano gli occhi che tradivano l’intelligenza. Marroni, attenti, che vedevano più di quanto lasciassero trasparire.

«Val.» Usò il suo nome, non il grado.

Brutto segno.

«Matteo è morto sei mesi fa. Hai fatto tutto il possibile—hai investigato, hai tirato fuori ogni pietra, hai minacciato tre sovrintendenti e un giudice. E non hai trovato niente.»

«Perché non guardavo nel posto giusto.»

«O perché non c’era niente da trovare.» Gentile ma fermo. Ricci si sporse in avanti.

«Matteo lavorava sotto copertura da diciotto mesi. Era infiltrato in una rete di traffico d’armi—gente brutta, paranoia giustificata. E quando sei così profondo—» fece un gesto con la mano, come affondare nell’acqua «—inizi a vedere pattern dove non ci sono. È un meccanismo di difesa. Il cervello cerca minacce ovunque perché le minacce sono ovunque.»

«La nota che scrisse—»

«Era paranoia», disse Ricci.

«Dolorosa, ma paranoia. “Non fidarti di nessuno” è sintomo classico di breakdown psicologico sotto copertura prolungata. L’ho visto capitare a uomini più forti di Matteo.» Valeria sapeva che aveva ragione.

La parte razionale, addestrata, professionale sapeva che stava facendo esattamente ciò che il manuale diceva di non fare: inseguire fantasmi perché accettare la realtà era troppo doloroso.

Ma. Quella dannata foto con la bambina che non doveva esistere. Quella dannata chiamata all’orario esatto in cui Matteo era morto.

E quella sensazione—l’istinto del sangue—che le diceva che c’era qualcosa di vero sotto tutto questo.

«Se non ti chiamo entro domani alle quattordici», disse, «manda qualcuno a Villa Maffei, Superga.» Ricci sospirò.

Lungo. Come sgonfiare un palloncino.

«Sei impossibile.»

«Sono la tua partner. È nel contratto.»

«Il contratto dice “collaborazione professionale”, non “seguire collega in missione suicida basata su—”» Si fermò.

Guardò Valeria. Davvero la guardò, nel modo che aveva quando stava per dire qualcosa di importante.

«Non è questo, vero?»

«Cosa?»

«Missione suicida.» Ricci si tolse gli occhiali, li pulì con la cravatta, li rimise.

Tempo per pensare.

«Val, se c’è qualcosa—se hai bisogno di parlare con qualcuno—»

«Non è questo.»

«Perché il suicidio del poliziotto è un rischio reale. E dopo Matteo, con la pressione, con i casi che non si chiudono—»

«Non. È. Questo.» Valeria si alzò.

«È che per quattro anni ho accettato la versione ufficiale. E ogni giorno quella versione ha avuto sempre meno senso. E ora qualcuno mi sta offrendo risposte. Possono essere bugie, possono essere manipolazione, ma almeno sono qualcosa.» Silenzio.

Poi Ricci fece qualcosa di inaspettato.

Rise. Non ridacchiò. Rise—profonda, sincera, con un tocco di rassegnazione.

«Cosa?» chiese Valeria.

«Niente. Solo che—» Ricci si alzò, andò all’armadietto metallico nell’angolo.

Lo aprì con una chiave che teneva su una catena intorno al collo. Tirò fuori qualcosa.

«—se stai per fare qualcosa di stupido, almeno fallo con equipaggiamento decente.» Mise sul tavolo: microfono ambientale miniaturizzato, GPS tracker, taser più potente di quello standard.

«Ricci—»

«Non dire niente. Ufficialmente non ti ho dato niente. Ufficialmente non so dove stai andando. Ma non ufficialmente—» Si avvicinò, le mise le mani sulle spalle.

Pesanti, calde.

«—se non chiami entro domani alle quattordici, vengo con quattro auto e abbastanza potenza di fuoco da far sembrare Superga Fallujah.» Valeria sentì qualcosa stringersi in gola.

«Grazie.»

«E Val? Qualunque cosa trovi lì—qualunque verità, qualunque bugia—ricordati che Matteo non vorrebbe che tu morissi cercando di vendicarlo.»

«Lo so.»

«Sicura?» Valeria non rispose.

Autostrada A4, direzione Superga — Venerdì, ore 18:12 La pioggia iniziò quaranta chilometri prima di Torino.

Il parabrezza era una lastra d’acqua continua. Le gocce correvano come pensieri: troppo veloci per seguirli tutti, impossibili da fermare.

La radio frusciava su frequenze morte, il GPS si ostinava a cercare segnale.

Era sola con la voce del motore e le proprie domande.

E Valeria iniziò a pensare che forse l’universo stava cercando di dirle qualcosa.

Tipo: «Torna indietro, idiota.» Ma Valeria Greco non era mai stata brava ad ascoltare consigli. Nemmeno quando erano sensati.

Guidò. Uscita dall’autostrada, la strada saliva, stretta, tortuosa. Su entrambi i lati, boschi fitti che sembravano più vicini del necessario. Alberi che si sporgevano come per afferrare l’auto.

Nessun’altra macchina in nessuna direzione.

Solo Valeria e il temporale e tremila domande senza risposta.

«Maria, Valeria, Elena.» Chi era Elena?

Sorella gemella? Morta?

Sparita? E perché—PERCHÉ—suo padre non glielo aveva mai detto? Francesco Greco era stato molte cose: poliziotto onesto, padre affettuoso, uomo che faceva la cosa giusta anche quando costava.

Valeria non avrebbe mai pensato che potesse essere un bugiardo.

Eppure aveva nascosto l’esistenza di un’intera persona a sua figlia.

Il GPS disse: «Destinazione tra tre chilometri. Tenere la destra.» Poi morì.

Schermo nero. Niente satellite. Niente connessione.

Valeria continuò a guidare basandosi su istinto e memoria. Aveva studiato la zona: mappe, immagini satellitari.

Aveva memorizzato ogni curva, ogni bivio, ogni— I cancelli apparvero attraverso il diluvio come un’apparizione.

Ferro battuto, tre metri di altezza, verde d’ossidazione e muschio.

Socchiusi. Non spalancati in benvenuto. Non chiusi in rifiuto. A metà—come se la villa non avesse ancora deciso se accoglierla o respingerla.

Valeria fermò l’auto.

Lasciò il motore acceso. Uscì nella pioggia. L’acqua la colpì come un martello —fredda, violenta, con intenzione. In tre secondi era fradicia.

Si avvicinò ai cancelli. Studiò il ferro battuto—lavorazione ottocentesca, probabilmente originale. Simboli incisi: rose, serpenti, teschi stilizzati.

E sul pilastro destro, a livello occhi— Il simbolo. Cerchio perfetto, grande quanto un piatto. Diviso in sette spicchi uguali da linee precise come tracciate con un righello.

Valeria passò le dita sulle scanalature. Profonde. Deliberate. Antiche—il muschio cresceva dentro, verde brillante che contrastava con la pietra grigia.

Aveva già visto quel simbolo. Dove? La memoria era scivolosa, inaffidabile.

Come afferrare sapone bagnato. Scattò tre foto da angolazioni diverse. Spinse i cancelli. Si aprirono con un gemito lungo, metallico—un suono che, nel silenzio della collina, sembrava urlare: QUALCUNO STA ENTRANDO.

Il viale saliva attraverso un bosco sempre più fitto. Rododendri selvaggi ai lati, cresciuti senza controllo. Statue rovinate—angeli senza teste, santi senza facce, figure che il tempo aveva reso anonime.

E poi— Villa Maffei.

Valeria la vide prima come una massa scura contro un cielo ancora più scuro. Poi, mentre si avvicinava, i dettagli emersero.

Tre piani. Pietra che una volta era stata ocra ma ora sembrava color cenere.

Aperture alte e strette—feritoie più che finestre, come se l’edificio fosse stato costruito per difendersi. Una torre circolare sul lato est, che saliva due piani sopra il resto.

In cima, una finestra—singola, rotonda, buia. L’edera copriva metà della facciata ovest. Non di un verde decorativo —quasi nero, così fitta che nascondeva completamente la pietra sottostante.

E le luci. Ogni finestra del piano principale era illuminata. Ma la luce era sbagliata. Non calda, non accogliente. Giallo-verdastra, come vista attraverso acqua stagnante.

Valeria parcheggiò.

Spense il motore. Silenzio totale.

La pioggia aveva smesso improvvisamente, come tagliata da un coltello. Prese la valigia dal sedile posteriore— vestiti, documenti, armi.

Verificò la Beretta per la terza volta—caricatore pieno, camera libera, sicura disinserita.

Verificò il microfono che Ricci le aveva dato—nascosto nella collana che indossava. Attivo, registrazione continua.

Verificò il GPS tracker—inserito nella suola della scarpa destra. Trasmetteva ancora? Impossibile saperlo senza segnale.

Salì i ventitré gradini di pietra consumata. La porta era massiccia—legno di noce, intarsi geometrici, maniglia di ottone a forma di testa di leone con anello in bocca.

Valeria alzò la mano per bussare.

La porta si aprì prima che potesse toccarla.

Alberto Maffei stava sulla soglia.

Dal vivo sembrava più vecchio di quanto Valeria ricordasse. Capelli argentati, pettinati indietro con precisione ossessiva. Occhi blu intensi ma con qualcosa di nuovo: un tic nervoso alla palpebra sinistra, pulsante, visibile.

Completo di tweed marrone che sapeva di naftalina e vecchia accademia.

Ma era il sorriso che la disturbava. Troppo largo. Troppo teso.

Come una maschera che non si adatta perfettamente.

«Commissario Greco.» La voce era quella della telefonata—educata, controllata. Ma con vibrazioni sottostanti.

«Benvenuta a Villa delle Ombre.» Non disse «Villa Maffei». Disse «Villa delle Ombre». Come se fosse il nome ufficiale. Come se l’oscurità fosse parte dell’identità dell’edificio.

«Professore.» Valeria non entrò.

«Prima di procedere, ho delle domande.»

«Naturalmente.»

«La foto che ha fatto inserire nel mio fascicolo—dove l’ha presa?»

«Dal diario di Davide. Era incollata all’ultima pagina.»

«E la foto con mia madre e una bambina che non dovrei ricordare?» Il sorriso di Maffei vacillò.

Solo per un secondo. Ma vacillò.

«Quella… non avrebbe dovuto riceverla ancora. Non prima di —» Si fermò.

«Chi gliel’ha data?»

«Il suo avvocato.»

«Io non ho contattato l’avvocato.» Maffei si voltò, guardando dentro la villa.

«Allora è iniziato prima di quanto pensassi.»

«Cosa è iniziato?»

«Il gioco.» Si voltò verso di lei.

E nei suoi occhi, per la prima volta, Valeria vide paura vera.

«Commissario, qualcuno in questa villa sta giocando con tutti noi. Io pensavo di avere il controllo—di essere l’orchestratore. Ma penso… penso di essere stato solo un altro pezzo sulla scacchiera.»

«E vuole che io entri comunque?»

«Voglio che lei scopra chi è il vero giocatore.» Maffei fece un passo indietro, invitandola.

«Prima che il gioco finisca. Prima che qualcuno muoia. Di nuovo.» Valeria guardò oltre la soglia.

Un corridoio lungo, illuminato da lampadari di cristallo. Specchi su ogni parete—infiniti, che moltiplicavano le riflessioni. Affreschi sul soffitto— scene mitologiche. Persefone rapita negli inferi. Orfeo che perde Euridice.

E al centro, più grande degli altri— Un fiume.

Anime che bevono. Oblio che scende. Lete. Valeria entrò.

E dall’oscurità al piano superiore, Valeria sentì— una risata.

Bassa. Femminile. Familiare in un modo che le fece gelare il sangue.

Perché conosceva quella risata. Ma non sapeva da dove.

Valeria Greco was eating cold tomato pasta straight from the Tupperware when the picture slipped out of the Brunetti file and fell into her lap.

The sour smell of old tomato and metal from the fork made her feel nauseous. She'd lost the habit of eating half-finished meals. In recent months, she'd been feeding more on internal reports and coffee than actual food.

Matteo.

Her brother. Alive.

Her brain reacted before her heart—an electric impulse, a shiver down her spine, her mind trying to translate the impossible into rational language. Her breath caught as if someone had stolen her air without touching her.

He was alive in this photograph. In an alley that Valeria didn't recognise. Taken before three bullets turned him into fifty-seven pages of an investigation report and a box of ashes that Valeria still kept in her wardrobe because she didn't know what else to do with them.

She set down her fork. Carefully. As if sudden movements might make the photo disappear.

In her head, the voice of the police therapist: "Grief is a process, Valeria. You can't skip the stages."

But Valeria had skipped four of the five stages and settled permanently in the fifth: anger. It was more productive than sadness.

The photo was a screenshot—low resolution, printed on plain paper, with irregular edges, as if someone had torn it off in a hurry.

Matteo was wearing that brown leather jacket. The one she'd given him after he'd spent three months staring at it in the shop window, claiming it was too expensive.

"Come on, an undercover agent can't afford Belstaff."

"Then stop being undercover."

"Then stop being stubborn."

"Impossible. It's genetic."

She remembered that evening: the bar near the station, music too loud, his stubborn smile. She'd taken a photo with her phone, then deleted it two days after his death—as if memory could obey a command.

In the photo, Matteo was talking to someone. A woman, out of focus, with dark hair pulled back in a bun that could have been elegant or hasty—impossible to tell. Her face was turned away from the camera with a precision that seemed deliberate.

But her posture was wrong for casual conversation. Shoulders too stiff. Hands clenched into fists.

Valeria had questioned enough suspects to recognise aggressive body language, even when blurred and in black-and-white.

She turned the photo over.

Handwriting in blue pen—decisive but careless, as if written in a hurry:

16 March 2025 – 48 hours earlier

Forty-eight hours before the call that changed everything.

"Inspector Greco? Superintendent Caruso. There's been an accident. Your brother—"

The rest was a blur. Valeria remembered the words— I'm sorry and operation compromised and everything possible —but not in the right order, not with the right voice. Her memory had edited that phone call so many times she no longer knew what was real and what was reconstruction.

But this photo—

It was new. And it shouldn't have been there.

The Brunetti file was a case of embezzlement, closed three years earlier. Valeria was only reviewing it because the police headquarters' computer system had crashed that morning, and some terrified intern had mixed up the files during the manual restore.

Someone had put this photo in the wrong file. Today.

The corner of the paper wasn't yellowed. The crease was fresh.

Valeria opened the bottom-right drawer—the one that technically violated twelve regulations but which no one ever checked—and pulled out the file.

GRECO, MATTEO — Undercover Agent — Deceased 18/03/2025 — Case Closed

Fifty-seven pages she'd read so many times she'd unintentionally memorised some lines:

"Subject shot three times. Two shots to the chest (right lung and left ventricle), one to the head (frontal lobe). Death was almost instantaneous—9 mm bullets, probably Beretta 92. No casings recovered. Professional or extremely lucky shooter."

The coroner had opted for professional .

Valeria leafed through to the end. Crime scene photos. Autopsy reports. Witness statements—few, useless, contradictory.

And there, hidden amongst pages of bureaucracy, a handwritten note.

She'd found it in Matteo's locker three days after the funeral. It hadn't been included in the official file because it seemed—as Caruso, the station psychologist, had said— "a product of extreme operational stress" .

Paranoia, in other words.

But Valeria had kept it.

The handwriting was Matteo's—angular, nervous. The letters seemed engraved rather than written, as if he'd pressed too hard to convince even himself.

"If anything happens to me, check Project Lethe. Maffei knows. It's not paranoia. It's real. They have infiltrators everywhere. Don't trust—"

The sentence ended there. The pen stopped mid-word—a thicker stroke of ink, then nothing.

The void had its own voice, and it said everything Matteo hadn't had time to write as if someone had disturbed him. Or as if Matteo had realised the list of people not to trust was too long.

Project Lethe.

Valeria had searched. Police database—nothing. Interpol—nothing. Online searches—a Greek mythological river associated with oblivion. Useful for crossword puzzles, useless for investigations.

And Maffei.

Alberto Maffei. Neuroscientist. Specialist in cognitive neuroscience and memory manipulation.

She'd heard him speak once, in a crowded lecture hall. The calm tone of someone who knew they were dealing with something frightening.

He'd said, "Remembering isn't a natural act—it's a chemical choice."

At the time, Valeria had thought it was just provocation.

Not anymore.

They'd met at that conference two years earlier. He'd presented a case about a man who'd convinced an entire family they had false memories of abuse that never happened.

Brilliant. Disturbing. The kind of person who saw human beings as collections of rewritable synapses.

The telephone on her desk rang.

Valeria stared at it for four rings, counting them. No one called the office at this hour unless someone had died. Or was about to die. Or—

Fifth ring.

She picked up the receiver.

"Inspector Greco."

Silence. Not a void, but a populated silence. The kind of silence where someone breathes on the other end, searching for words or courage or both.

Valeria looked up at the ceiling, locating the four security cameras covering the office.

"If this is a prank, I have video recordings and call tracking. I'll be at your door by tomorrow morning."

"It's not a prank."

Male voice—sixty-something, polite Turin accent, but with an underlying tension like a violin string pulled too tight.

"And I'm not on camera. I'm on the phone because having this conversation in person would be dangerous. For both of us."

Valeria recognised the voice half a second before the man introduced himself.

"Alberto Maffei."

Pause.

"Professor," Valeria said slowly. "What a pleasant surprise. Thirteen minutes to midnight. The perfect time for a social call."

"You received the photograph."

The world tilted slightly.

She looked at the photo on the table. Then at the cameras. Then, at the window, total darkness beyond the glass.

"How do you know—"

"Because I had it inserted. Three hours ago. I still have contacts at police headquarters." A calculated pause. "I had to be certain you'd listen."

"Listen to what, exactly?"

"Who is the woman in the photograph with your brother."

Valeria felt something tighten in her chest.

"Professor, if you know anything about who killed my brother—"

"Come to Villa Maffei. Friday evening, seven o'clock. Superga Hills." His voice became urgent. "I've gathered all the people involved in another case. A murder eleven years ago that was filed away as an accident. And I fear the killer—the same one who killed your brother—wants to strike again."

Valeria grabbed pen and paper.

"Name of the victim, eleven years ago?"

"Davide Torre. Researcher. Explosion in a private laboratory. Case closed within forty-eight hours."

"If you suspect murder, file a report. Protocol—"

"Protocol requires the police to investigate." Maffei laughed—a joyless sound. "But the local police closed the case before the fire brigade had even finished putting out the flames. It didn't matter that the forensic evidence was contradictory. It didn't matter that Davide had rung me three hours earlier, saying someone wanted to kill him. Case closed."

"Why?"

"Because someone with power—a great deal of power—wanted it forgotten. Literally forgotten." Pause. "And they have the means to do it."

She looked at Matteo's note.

Project Lethe.

"The project my brother was investigating," she said. "Is it connected to Torre's death?"

"Inspector, your brother wasn't investigating Project Lethe. He was part of it. Without knowing it."

The phone almost slipped from Valeria's hand.

"Explain."

"Not on the phone. Never on the phone." Maffei's voice trembled. "But I'll tell you this: Matteo came to me six months before he died. He told me he had gaps in his memory. That he woke up in places without remembering how he got there. That sometimes he made decisions he didn't understand. I thought it was operational stress."

"And instead?"

"It was neurochemical manipulation. Someone was using on him the same technology that killed Davide Torre. And when Matteo began to resist—when his unique neurology rejected the manipulation—he became a problem to be eliminated."

Valeria closed her eyes. She breathed. Four seconds in, eight seconds out. A technique her therapist had taught her to manage anger.

As usual, it didn't work.

"Do you have evidence?"

"I have a diary. Davide's laboratory diary, hidden for eleven years in a cavity in the wall. I only found it last week." Heavy pause. "And I have witnesses—people who were there that night. Who were manipulated to forget but who now, perhaps, can remember."

"Who'll be there on Friday?"

"Everyone who has something to hide. And one who has everything to reveal." Maffei's voice broke slightly. "And, Inspector? Come armed. Not because there'll be violence—I hope not. But because the killer is one of us. And when they find out we're about to expose them, they'll react."

"You're using me as bait."

"I'm offering you justice for Matteo. Are you willing to take that risk?"

She looked at the Polaroid photo pinned to the notice board above her desk. She and Matteo, twelve years old, at the funfair. Cotton candy on their faces, silly smiles.

On the back, Matteo's childish handwriting: "Me and Val against the world. Always."

"I'll be there," she said. "But if this is a game, Professor—"

"It's not a game." Relief, palpable. "It's the last chance for justice for people who've been erased. In every sense."

"What does that mean?"

"It means that when the time comes, you'll discover that memory isn't just who we are. It's a weapon. And someone's been using that weapon for eleven years. But the window's closing."

"Why now? Why after eleven years?"

A long silence. Then, so softly that Valeria had to strain to hear:

"Because I'm starting to forget. Me too. Like Matteo. And if we don't act within three days, I'll forget everything. Who am I. Why it matters. And the killer will be free forever."

The line went dead.

She stood motionless with the receiver in her hand, her ear still straining as if she could recapture the voice on the other end. The silence that followed was so thick that for a moment she thought she could hear her own blood rushing through her eardrums.

Valeria sat in the empty office, staring at the photo of Matteo and the faceless woman.

Then she did something she hadn't done since Matteo died.

She opened the secret drawer under the table—the one that technically didn't exist, the one she'd installed the night after the funeral—and pulled out a Nike shoebox.

She placed it on the desk.

Inside were Matteo's personal belongings—things she'd managed to save before someone had "cleaned" his flat. She touched them as if they were organs that had survived a body that was no longer there.

Keys. Wallet (empty—someone had taken everything). Phone (SIM removed, battery dead). Watch (broken, stopped at 11:47 p.m.). And three Polaroids.

Valeria took the watch—a digital Casio, the one Matteo had always carried. The display was cracked, frozen at 11:47 p.m.

The time hit her like a punch.

11:47 p.m.

The exact time Elena had died in 1992, according to the death certificate she'd found on her father's USB stick.

Thirty-three years earlier. To the minute.

Coincidence?

Valeria didn't believe in coincidences.

She spread the photos out on the table.

First Polaroid: her and Matteo at the funfair, the one she knew.

Second: Matteo in uniform, on the day he was promoted to detective. Serious, professional, but with that half-smile that said, I can't believe they pay me to do this.

Third—

Valeria stopped.

She didn't remember this photo.

Matteo in a laboratory. White coat. Surrounded by scientific equipment.

And next to him—Alberto Maffei.

Younger, thinner, but unmistakable.

Valeria turned the Polaroid over.

Handwriting that wasn't Matteo's:

"Subject 017—Neurological baseline—Initial test 15/08/2019"

Her hands trembled.

Subject 017.

Not "Detective Greco" . Not "Agent Matteo" .

Subject.

The word had the same effect on her as a bite on the back of her neck. It wasn't a neutral term. It was a condemnation.

If Matteo had been a test subject, then what was she? A control variable?

Valeria searched her phone. She found Maffei's number—not the one he'd called from, but his official university number.

She dialled.

Ring. Two. Three.

Answering machine: "You've reached Professor Alberto Maffei. Currently on leave for personal reasons. For emergencies, please contact the Department of Neuroscience."

Valeria hung up.

She looked at her watch: 00:03.

Friday night would be here in less than forty-eight hours.

She picked up her personal phone. She dialled a number she rarely used.

Two rings. A sleepy voice:

"Val? It's midnight. Has someone died?"

"Ricci, I need a favour."

Silence. Then:

"How illegal is it?"

"On a scale of one to ten? Eight."

"Christ." The sound of Ricci getting up, already awake. "Tell me."

Valeria's Flat — Thursday Morning, 6:47 a.m.

Valeria hadn't slept.

The night hadn't even really arrived. She'd spent it sitting on the floor, her back against the wall, the light from the monitor like an open wound.

Every time she closed her eyes, she saw Matteo turning into a wet alley and someone shooting at him from off-screen.

So she decided to keep busy.

She started building a timeline on the living room floor, using Post-it notes and red string like in the crime TV series Matteo used to mock.

"Come on, no one literally uses red string. It's a cliché."

"It works."

"It works to make us laugh about it."

But Valeria wasn't laughing now.

She had three parallel timelines:

TIMELINE A — Death of Davide Torre (2014) 20 March, 9:00 p.m.: Davide rings Maffei, says he fears for his life 20 March, 11:47 p.m.: Explosion in the laboratory 21 March: Davide declared dead 23 March: Case closed as "accident."

TIMELINE B — Death of Matteo (2025) 16 March: Matteo meets mysterious woman (photo) 18 March, 11:47 p.m.: Matteo killed 19 March: Case opened as "ambush during operation." May 2025: Case closed, no suspects

TIMELINE C — Maffei Rings Valeria (2025) 10 October: Maffei finds Davide's diary (assumption) 16 October, 11:47 p.m.: Maffei rings Valeria 18 October, 7:00 p.m.: Scheduled meeting

Three events. Eleven years apart.

All connected by:

Time: 11:47 p.m. (Torre dies, Matteo dies, Maffei rings) Person: Alberto Maffei (present or connected in all three) Word: Lethe

Valeria noticed the pattern.

Coincidence? Impossible.

The specific time—11:47 p.m.—repeated three times suggested a meaning. Symbolism. Or provocation.

Someone wanted her to notice.

The intercom rang.

Valeria checked the video feed.

A man in his fifties. Expensive grey suit, leather briefcase. Hair perfectly combed with gel that glistened under the porch light. Teeth too white—professionally whitened, probably every six months.

She didn't recognise him.

She took the Beretta from the table. She checked: magazine full, safety off.

She opened the door, leaving the chain on.

"Yes?"

The man smiled. Professional, calculated, without warmth.

"Inspector Greco? I'm solicitor Santoro. I represent the Maffei family."

His voice was too calm. He smelt of expensive tobacco and polite lies.

Valeria sized him up in a second: tailored suit, calculating eyes—the kind of person who always has shadows behind them.

Valeria didn't lower her gun.

"I don't remember asking for legal representation."

"It's not for you."

He passed an envelope through the crack. Thick, cream-coloured, sealed with wax.

"Professor Alberto wanted to ensure you had everything you needed for the weekend. Considering the... distance to the villa."

Valeria took the envelope without opening it.

"What's inside?"

"Cash. A thousand euros. For travel expenses." The smile widened. "And a key to the villa. The professor says you'll need it."

"Why can't he give it to me himself?"

"Because Professor Maffei is... indisposed. Stress. It's understandable, considering what he's planning."

The solicitor adjusted his glasses.

"And, Inspector? A word of unsolicited advice—take your gun. Villa Maffei has a complicated history. Three deaths in two hundred years. People tend to get lost there."

"Lost how?"

"Geographically. Mentally." He shrugged. "The distinction matters when you're dead."

And he walked away, his shiny shoes clicking on the pavement.

Valeria closed the door.

She knew it was a trap. No solicitor brings cash at six in the morning. No solicitor speaks in riddles about people who lose their minds.

But she accepted the envelope—not because she trusted him, but because it was the only lead she had.

She opened it.

Inside: exactly one thousand euros in fifty-euro notes. The solicitor's business card. And a key—antique brass, oxidised, with intricate geometric patterns engraved on it.

On the key's collar, stamped:

VERITAS VOS LIBERABIT

The truth will set you free.

Or, Valeria thought, it will get you killed.

Underneath the key was something else. Small. Wrapped in tissue paper.

Valeria unwrapped it.

A photograph.

Old—the 1990s, perhaps the late 1980s. Faded, with worn edges.

Two little girls. Identical twins, one or two years old. Standing in front of a building that Valeria didn't recognise.

And between them, kneeling, a woman.

Valeria looked more closely. The face was familiar but distant, like something seen in a dream.

She turned the photo over.

Different handwriting—feminine, shaky:

"Maria, Valeria, Elena—Summer 1991"

The floor tilted.

Maria. Her mother. Valeria. Herself. Elena.

Valeria had no sisters, only a brother. She was an only child. Her father had told her a thousand times: "You're all we have, little one. Our only, precious child."

But there were two girls in the photo. Identical.

Like the ones in the video on Francesco's USB stick—as if to confirm what Valeria still didn't want to accept.

The image trembled between her fingers. Not because of the weight of the paper, but because of what it represented.

Goosebumps ran up her shoulders. Her mind searched for explanations—cousins, mistake, photomontage...

Valeria ran to the bathroom.

She vomited cold pasta and bile and something that tasted like fear.

Central Police Headquarters — Thursday Afternoon, 2:23 p.m.

"You're joking."

Detective Ricci—fifty-two years old, twenty-five years of service, a belly that spoke of too many lunches with too many courses—stared at Valeria across his office desk as if she'd gone mad.

Which, Valeria had to admit, was a real possibility.

"I'm not joking."

"You want to go to an isolated villa with people you suspect of murder—"

"Two murders."

"— two murders, based on the word of a scientist who talks about 'forgetting' and a photo you have no memory of but which apparently shows you with a sister you never had."

Put like that, it sounded bad.

"Yes."

Ricci leaned back in his chair. The chair groaned. He ignored the groan like a man with long experience of ignoring the complaints of chairs.

He had one of those faces people described as "honest" : deep lines around his eyes, grey sideburns he'd never considered dyeing, a badly broken nose that had never been fixed.

But it was his eyes that betrayed his intelligence. Brown, alert, seeing more than they let on.

"Val."

He used her name, not her rank. Bad sign.

"Matteo died six months ago. You did everything you could—you investigated, you left no stone unturned, you threatened three superintendents and a judge. And you found nothing."

"Because I wasn't looking in the right place."

"Or because there was nothing to find."

Kind but firm. Ricci leaned forward.

"Matteo had been working undercover for eighteen months. He was infiltrating an arms trafficking ring—bad people, justified paranoia. And when you're that deep—"

He made a gesture with his hand, like sinking into water.

"—You start seeing patterns where there aren't any. It's a defence mechanism. Your brain searches for threats everywhere because threats are everywhere."

"The note he wrote—"

"It was paranoia," Ricci said. "Painful, but paranoia. 'Don't trust anyone' is a classic symptom of psychological breakdown under prolonged cover. I've seen it happen to men stronger than Matteo."

Valeria knew he was right.

The rational, trained, professional part of her knew she was doing exactly what the manual said not to do: chasing ghosts because accepting reality was too painful.

But.

That damned photo with the little girl who wasn't supposed to exist.

That damned call at the exact time Matteo died.

And that feeling—the instinct of blood—that told her there was some truth behind all this.

"If I don't ring you by two o'clock tomorrow," she said, "send someone to Villa Maffei, Superga."

Ricci sighed. Long. Like deflating a balloon.

"You're impossible."

"I'm your partner. It's in the contract."

"The contract says 'professional collaboration' , not 'follow colleague on suicide mission based on—'"

He paused. He looked at Valeria. Really looked at her, the way he did when he was about to say something important.

"That's not it, is it?"

"What?"

"Suicide mission."

Ricci took off his glasses, cleaned them with his tie, and put them back on. Time to think.

"Val, if there's something—if you need to talk to someone—"

"That's not it."

"Because police suicide is a real risk. And after Matteo, with the pressure, with the cases that don't get closed—"

"It's not that."

Valeria stood up.

"It's just that for six months I've accepted the official version. And every day that version makes less and less sense. And now someone's offering me answers. They may be lies, they may be manipulation, but at least they're something ."

Silence.

Then Ricci did something unexpected.

He laughed. Didn't chuckle— laughed . Deeply, sincerely, with a touch of resignation.

"What?" Valeria asked.

"Nothing. Just that—"

Ricci stood up and went to the metal cabinet in the corner. He opened it with a key he kept on a chain around his neck. He took something out.

"—if you're going to do something stupid, at least do it with decent equipment."

He placed it on the table: a miniaturised ambient microphone, a GPS tracker, a taser more powerful than the standard issue.

"Ricci—"

"Don't say anything. Officially, I haven't given you anything. Officially, I don't know where you're going. But unofficially—"

He approached her and placed his hands on her shoulders. Heavy, warm.

"—if you don't ring by two o'clock tomorrow, I'll come with four cars and enough firepower to make Superga look like Fallujah."

Valeria felt something tighten in her throat.

"Thank you."

"And Val? Whatever you find there—whatever truth, whatever lies—remember that Matteo wouldn't want you to die trying to avenge him."

"I know."

"Are you sure?"

Valeria didn't answer.

A4 Motorway, Towards Superga — Friday, 6:12 p.m.

The rain started forty kilometres before Turin.

The windscreen became a continuous sheet of water. The drops ran like thoughts: too fast to follow them all, impossible to stop.

The radio crackled on dead frequencies. The GPS stubbornly searched for a signal.

She was alone with the engine's sound and her own questions.

And Valeria began to think that perhaps the universe was trying to tell her something.

Like, "Turn back, you idiot."

But Valeria Greco had never been good at listening to advice. Not even when it made sense.

She drove on.

Leaving the motorway, the road climbed—narrow and winding. On both sides, dense woods that seemed closer than necessary. Trees leaning out as if to grab the car.

No other cars in any direction. Just Valeria, the storm, and three thousand unanswered questions.

Maria, Valeria, Elena.

Who was Elena? Twin sister? Dead? Gone?

And why —WHY—had her father never told her?

Francesco Greco had been many things: an honest policeman, a loving father, a man who did the right thing even when it cost him.

Valeria would never have thought he could be a liar.

Yet he'd hidden the existence of an entire person from his daughter.

The GPS said, "Destination in three kilometres. Keep right."

Then it died—black screen. No satellite. No connection.

Valeria continued to drive based on instinct and memory. She'd studied the area: maps, satellite images. She'd memorised every bend, every junction, every—

The gates appeared through the downpour like an apparition.

Wrought iron, three metres high, green with oxidation and moss. Half-open.

Not wide open in welcome. Not closed in refusal. Halfway—as if the villa hadn't yet decided whether to welcome her or reject her.

Valeria stopped the car. She left the engine running. She got out into the rain.

The water hit her like a hammer.

Cold, violent, deliberate. In three seconds, she was soaked.

She approached the gates. She studied the wrought iron—nineteenth-century craft, probably original. Engraved symbols: roses, snakes, stylised skulls.

And on the right pillar, at eye level—

The symbol.

A perfect circle, as large as a plate. Divided into seven equal segments by lines as precise as if drawn with a ruler.

Valeria ran her fingers over the grooves. Deep. Deliberate. Ancient—moss grew inside them, bright green contrasting with the grey stone.

She'd seen that symbol before.

Where?

Her memory was slippery, unreliable like grasping wet soap.

She took three photos from different angles.

She pushed the gates.

They opened with a long, metallic groan—a sound that, in the silence of the hill, seemed to scream:

SOMEONE IS COMING IN

The driveway climbed through increasingly dense woods. Wild rhododendrons grew unchecked on either side. Statues lay ruined—headless angels, faceless saints, figures rendered anonymous by time.

And then—Villa Maffei.

Valeria first saw it as a dark mass against an even darker sky. Then, as she drew nearer, the details emerged.

Three storeys. Stone that had once been ochre, now ash-coloured. Tall, narrow openings—slits rather than windows, as if the building had been constructed for defence.

A circular tower on the east side, rising two storeys above the rest. At the top, a window—single, round, dark.

Ivy covered half the west façade. Not decorative green—almost black, so thick it completely hid the stone beneath.

And the lights.

Every window on the main floor was lit. But the light was wrong. Not warm, not welcoming. Yellow-green, as if seen through stagnant water.

Valeria parked. She turned off the engine.

Total silence.

The rain had stopped suddenly, as if cut by a knife.

She took the suitcase from the back seat—clothes, documents, weapons.

She checked the Beretta for the third time—full magazine, chamber empty, safety off.

She checked the microphone Ricci had given her—hidden in the necklace she was wearing. Active, recording continuously.

She checked the GPS tracker—inserted into the sole of her right shoe. Was it still transmitting? Impossible to know without a signal.

She climbed the twenty-three worn stone steps.

The door was massive—walnut wood, geometric inlays, brass handle shaped like a lion's head with a ring in its mouth.

Valeria raised her hand to knock.

The door opened before she could touch it.

Alberto Maffei stood in the threshold.

In person, he looked older than Valeria remembered. Silver hair, combed back with obsessive precision. Intense blue eyes, but with something new: a nervous tic in his left eyelid, pulsing, visible.

He was wearing a brown tweed suit that smelt of mothballs and old academia.

But it was his smile that disturbed her.

Too wide. Too tense. Like a mask that didn't fit perfectly.

"Inspector Greco."

The voice was the same as on the phone—polite, controlled. But with underlying vibrations.

"Welcome to Villa delle Ombre."

He didn't say "Villa Maffei" . He said, "Villa delle Ombre ."

As if that were its official name. As if darkness were part of the building's identity.

"Professor."

Valeria didn't enter.

"Before we proceed, I have some questions."

"Of course."

"The photo you had inserted in my file—where did you get it?"

"From Davide's diary. It was glued to the last page."

"And the photo with my mother and a little girl I'm not supposed to remember?"

Maffei's smile faltered, only for a second. But it faltered.

"That one... You shouldn't have received it yet. Not before—"

He paused.

"Who gave it to you?"

"Your solicitor."

"I didn't contact any solicitor."

Maffei turned, looking inside the villa.

"Then it started earlier than I thought."

"What started?"

"The game."

He turned back to her. And in his eyes, for the first time, Valeria saw real fear.

"Inspector, someone in this villa is playing with all of us. I thought I was in control—that I was the orchestrator. But I think... I think I was just another piece on the chessboard."

"And you want me to go in anyway?"

"I want you to find out who the real player is."

Maffei took a step back, inviting her in.

"Before the game ends. Before someone dies. Again."

Valeria looked beyond the threshold.

A long corridor, lit by crystal chandeliers. Mirrors on every wall—infinity, multiplying reflections. Frescoes on the ceiling—mythological scenes. Persephone abducted to the underworld. Orpheus losing Eurydice.

And in the centre, larger than the others—a river. Souls drinking. Oblivion descending.

Lethe.

Valeria entered.

And from the darkness upstairs, Valeria heard—

A laugh.

Low. Feminine. Familiar in a way that made her blood run cold.

Because she knew that laugh.

But she didn't know from where.

Valeria Greco mangeait des pâtes à la tomate froides directement dans le Tupperware quand la photographie glissa hors du dossier Brunetti et lui tomba sur les genoux.

L'odeur acide de la tomate rance et du métal de la fourchette lui donna la nausée. Elle avait perdu l'habitude du goût des repas laissés à moitié. Ces derniers mois, elle s'était nourrie davantage de rapports internes et de café que de vraie nourriture.

Matteo.

Son frère, vivant.

Le cerveau réagit avant le cœur—une impulsion électrique, un frisson le long de l'échine, l'esprit qui cherchait à traduire l'impossible en langage rationnel. Le souffle se brisa comme si quelqu'un lui avait retiré l'air sans la toucher.

Il était vivant, dans une ruelle qu'elle ne reconnaissait pas, avant que trois balles ne le transforment en cinquante-sept pages de rapport d'enquête et en une boîte de cendres que Valeria gardait encore dans l'armoire parce qu'elle ne savait pas quoi en faire d'autre.

Elle posa la fourchette. Avec soin. Comme si des mouvements brusques pouvaient faire disparaître la photo.

Dans sa tête, la voix du thérapeute de la police : «Le deuil est un processus, Valeria. Tu ne peux pas sauter les étapes.»

Mais Valeria avait sauté quatre des cinq étapes et s'était installée solidement dans la cinquième : la colère. C'était plus productif que la tristesse.

La photo était une capture d'écran : basse résolution, imprimée sur du papier ordinaire, bords irréguliers comme si quelqu'un l'avait arrachée à la hâte.

Matteo portait cette veste en cuir marron, celle qu'elle lui avait offerte après qu'il avait passé trois mois à la fixer en vitrine en disant qu'elle coûtait trop cher.

«Vale, un agent infiltré ne peut pas se permettre du Belstaff.»

«Alors arrête d'être infiltré.»

«Et toi, arrête d'être têtue.»

«Impossible. C'est génétique.»

Elle se souvint de ce soir-là : le bar près de la gare, la musique trop forte, son sourire obstiné. Elle avait pris une photo avec son téléphone, puis l'avait effacée deux jours après sa mort, comme si la mémoire pouvait obéir à une commande.

Sur la photo, Matteo parlait avec quelqu'un. Une femme, hors focus, avec des cheveux sombres relevés en chignon qui aurait pu être élégant ou hâtif : impossible à dire. Le visage était détourné de la caméra avec une précision qui semblait délibérée.

Mais la posture était fausse pour une conversation décontractée. Les épaules trop rigides. Les mains fermées en poings.

Valeria avait interrogé assez de suspects pour reconnaître un langage corporel agressif même flou et en noir et blanc.

Elle retourna la photo.

Calligraphie à l'encre bleue — décidée mais pas soignée, comme si elle avait été écrite à la hâte :

16 mars 2025 - 48 heures avant.

Quarante-huit heures avant l'appel qui avait tout changé.

«Commissaire Greco ? C'est le surintendant Caruso. Il y a eu un incident. Votre frère —»

Le reste était brouillard. Valeria se souvenait de mots — «je suis désolé» et «opération compromise» et «tout le possible» — mais pas dans le bon ordre, pas avec la bonne voix. La mémoire avait pris cet appel et l'avait édité tant de fois qu'elle ne savait plus ce qui était réel et ce qui était reconstruction.

Mais cette photo —

celle-ci était nouvelle. Et elle n'aurait pas dû être là.

Le dossier Brunetti était un cas de détournement de fonds, archivé trois ans auparavant. Valeria ne le révisait que parce que le système informatique du commissariat avait planté ce matin-là et un stagiaire terrorisé avait mélangé les dossiers pendant la restauration manuelle.

Quelqu'un avait inséré cette photo dans le mauvais dossier. Aujourd'hui.

Le coin du papier n'était pas jauni. Le pli était frais.

Valeria ouvrit le tiroir en bas à droite — celui qui techniquement violait douze règlements mais que personne ne contrôlait jamais — et sortit le dossier.

GRECO, MATTEO — Agent Infiltré — Décédé 18/03/2025 — Affaire Classée.

Cinquante-sept pages qu'elle avait lues tant de fois que certaines lignes s'étaient gravées involontairement dans sa mémoire :

«Sujet touché trois fois. Deux impacts au thorax (poumon droit et ventricule gauche), un à la tête (lobe frontal). Mort presque instantanée. Balles 9mm, probablement Beretta 92. Aucune douille récupérée. Exécuteur professionnel ou extrêmement chanceux.»

Le médecin légiste avait opté pour «professionnel».

Valeria feuilleta jusqu'au fond. Photos de scène. Rapports d'autopsie. Témoignages — peu nombreux, inutiles, contradictoires.

Et là, cachée entre des pages de bureaucratie, une note manuscrite.

Elle l'avait trouvée dans le casier de Matteo trois jours après les funérailles. Elle n'avait pas été insérée dans le dossier officiel parce qu'elle semblait — comme l'avait dit Caruso, le psychologue du commissariat — «produit d'un stress opérationnel extrême».

Paranoïa, en d'autres termes.

Mais Valeria l'avait gardée.

L'écriture était celle de Matteo, anguleuse et nerveuse. Les lettres semblaient gravées plutôt qu'écrites, comme s'il avait appuyé trop fort pour se faire croire même à lui-même.

«Si quelque chose m'arrive, vérifier le Projet Léthé. Maffei sait. Ce n'est pas de la paranoïa. C'est réel. Ils ont des infiltrés partout. Ne fais pas confiance —»

Fin. La phrase s'interrompait là, le stylo arrêté en milieu de mot. Un trait d'encre plus épais, puis rien.

Le vide avait sa propre voix, et il disait tout ce que Matteo n'avait pas eu le temps d'écrire, comme si quelqu'un l'avait dérangé. Ou comme si Matteo avait réalisé que la liste des personnes à qui ne pas faire confiance était trop longue.

Projet Léthé.

Valeria avait cherché. Base de données de la police — rien. Interpol — rien. Recherches en ligne — un fleuve grec mythologique associé à l'oubli. Utile pour les mots croisés, inutile pour les enquêtes.

Et Maffei.

Alberto Maffei. Neuroscientifique. Spécialiste en neurosciences cognitives et manipulation de la mémoire.

Elle l'avait écouté parler une fois, dans un amphithéâtre bondé : le ton posé de celui qui sait qu'il manipule quelque chose qui fait peur.

Il avait dit : «Se souvenir n'est pas un acte naturel, c'est un choix chimique.»

À l'époque, Valeria avait pensé que ce n'était que de la provocation.

Plus maintenant.

Ils s'étaient rencontrés lors de ce colloque deux ans auparavant — il avait présenté un cas sur comment un homme avait convaincu toute une famille d'avoir de faux souvenirs d'abus qui n'avaient jamais eu lieu.

Brillant. Inquiétant. Le genre de personne qui voyait les êtres humains comme des collections de synapses réinscriptibles.

Le téléphone sur le bureau sonna. Valeria le fixa pendant quatre sonneries, en les comptant. Personne n'appelait le bureau à cette heure-là à moins que quelqu'un ne soit mort. Ou sur le point de mourir. Ou —

Cinquième sonnerie. Elle décrocha.

«Commissaire Greco.»

Silence. Pas un vide, mais un silence peuplé. Le genre de silence de quelqu'un qui respire de l'autre côté, cherchant des mots ou du courage ou les deux.

Valeria leva les yeux vers le plafond, localisant les quatre caméras de sécurité qui couvraient le bureau.

«Si c'est une blague, j'ai les enregistrements vidéo et le traçage des appels. Je serai à votre porte demain matin.»

«Ce n'est pas une blague.»

Voix masculine — soixante et quelques, accent turinois éduqué, mais avec une tension sous-jacente comme une corde de violon tendue trop fort.

«Et je ne suis pas dans les caméras. Je suis au téléphone parce qu'avoir cette conversation en personne serait dangereux. Pour nous deux.»

Valeria reconnut la voix une demi-seconde avant que l'homme ne se présente.

«Alberto Maffei.»

Pause.

«Professeur», dit Valeria lentement. «Quelle agréable surprise. Minuit moins treize. Horaire parfait pour un appel social.»

«Vous avez reçu la photographie.»

Le monde trembla légèrement. Elle observa la photo sur la table. Puis les caméras. Puis la fenêtre — obscurité totale au-delà de la vitre.

«Comment savez-vous —»

«Parce que je l'ai fait insérer moi-même. Il y a trois heures. J'ai encore des contacts au commissariat.» Une pause calculée. «Je devais être sûr que vous écouteriez.»

«Écouter quoi, exactement ?»

«Qui est la femme sur la photographie avec votre frère.»

Valeria sentit quelque chose se resserrer dans sa poitrine.

«Professeur, si vous savez quelque chose sur qui a tué mon frère —»

«Venez à la Villa Maffei. Vendredi soir, à dix-neuf heures. Collines de Superga.» La voix devint urgente. «J'ai réuni toutes les personnes impliquées dans une autre affaire. Un meurtre il y a onze ans qui a été classé comme accident. Et je crains que l'assassin — le même qui a tué votre frère — ne veuille frapper à nouveau.»

Valeria prit stylo et papier.

«Nom de la victime, il y a onze ans ?»

«Davide Torre. Chercheur. Explosion dans un laboratoire privé. Affaire close en quarante-huit heures.»

«Si vous suspectez un meurtre, déposez plainte. Protocole —»

«Le protocole prévoit que la police enquête.» Maffei rit — un son sans joie. «Mais la police locale a clos l'affaire avant même que les pompiers n'aient fini d'éteindre les flammes. Peu importait que les preuves médico-légales soient contradictoires. Peu importait que Davide m'ait appelé trois heures avant en disant que quelqu'un voulait le tuer. Affaire close.»

«Pourquoi ?»

«Parce que quelqu'un avec du pouvoir — beaucoup de pouvoir — voulait que ce soit oublié. Littéralement oublié.» Pause. «Et ils ont les outils pour le faire.»

Elle observa la note de Matteo.

Projet Léthé.

«Le projet que mon frère enquêtait», dit-elle. «Est-il lié à la mort de Torre ?»

«Commissaire, votre frère n'enquêtait pas sur le Projet Léthé. Il en faisait partie. Sans le savoir.»

Le téléphone faillit glisser de la main de Valeria.

«Expliquez.»

«Pas au téléphone. Jamais au téléphone.» La voix de Maffei trembla. «Mais je vous dirai ceci : Matteo est venu me voir six mois avant de mourir. Il m'a dit qu'il avait des trous de mémoire. Qu'il se réveillait dans des endroits sans se souvenir comment il y était arrivé. Que parfois il prenait des décisions qu'il ne comprenait pas. J'ai pensé que c'était du stress opérationnel.»

«Et c'était ?»

«C'était de la manipulation neurochimique. Quelqu'un utilisait sur lui la même technologie qui a tué Davide Torre. Et quand Matteo a commencé à résister — quand sa neurologie unique a rejeté la manipulation — il est devenu un problème à éliminer.»

Valeria ferma les yeux. Respira. Quatre secondes d'inspiration, huit secondes d'expiration. Technique que le thérapeute lui avait enseignée pour gérer la colère.

Comme d'habitude, ça ne fonctionna pas.

«Vous avez des preuves ?»

«J'ai un journal. Le journal de laboratoire de Davide, caché onze ans dans une cavité du mur. Je ne l'ai trouvé que la semaine dernière.» Pause lourde. «Et j'ai des témoins — des personnes qui étaient là ce soir-là. Qui ont été manipulées pour oublier mais qui maintenant, peut-être, peuvent se souvenir.»

«Qui sera présent vendredi ?»

«Tous ceux qui ont quelque chose à cacher. Et un qui a tout à révéler.» La voix de Maffei se brisa légèrement. «Et, commissaire ? Venez armée. Pas parce qu'il y aura de la violence — je l'espère pas. Mais parce que l'assassin est l'un de nous. Et quand il découvrira que nous sommes sur le point de l'exposer, il réagira.»

«Vous m'utilisez comme appât.»

«Je vous offre justice pour Matteo. Êtes-vous prête à prendre le risque ?»

Elle observa le Polaroïd qu'elle avait épinglé au tableau au-dessus du bureau. Elle et Matteo, douze ans, à la fête foraine. Barbe à papa sur les visages, sourires d'idiots.

Au dos, l'écriture enfantine de Matteo : «Moi et Val contre le monde. Toujours.»

«J'y serai», dit-elle. «Mais si c'est un jeu, professeur —»

«Ce n'est pas un jeu.» Soulagement palpable. «C'est la dernière chance de justice pour des personnes qui ont été effacées. Dans tous les sens.»

«Qu'est-ce que ça signifie ?»

«Ça signifie que quand vous arriverez, vous découvrirez que la mémoire n'est pas seulement qui nous sommes. C'est une arme. Et quelqu'un a utilisé cette arme pendant onze ans. Mais la fenêtre se ferme.»

«Pourquoi maintenant ? Pourquoi après onze ans ?»

Long silence. Puis, si bas que Valeria dut se forcer pour l'entendre : «Parce que je commence à oublier. Moi aussi. Comme Matteo. Et si nous n'agissons pas d'ici trois jours, j'oublierai tout. Qui je suis. Pourquoi ça compte. Et l'assassin sera libre pour toujours.»

La ligne mourut.

Elle resta immobile avec le combiné en main, l'oreille encore tendue comme si elle pouvait rattraper la voix de l'autre côté. Le silence qui suivit fut si dense que pendant un instant il lui sembla entendre son propre sang passer dans ses tympans.

Valeria resta assise dans le bureau vide, regardant la photo de Matteo et la femme sans visage.

Puis elle fit quelque chose qu'elle n'avait pas fait depuis la mort de Matteo.

Elle ouvrit le tiroir secret sous la table — celui qui techniquement n'existait pas, celui qu'elle avait installé la nuit après les funérailles — et sortit une boîte à chaussures Nike.

Elle la posa sur le bureau.

À l'intérieur se trouvaient les objets personnels de Matteo qu'elle avait réussi à sauver avant que quelqu'un ne «nettoie» son appartement ; elle les effleura comme s'ils étaient des organes survivants d'un corps qui n'était plus là.

Clés. Portefeuille (vide — quelqu'un avait tout pris). Téléphone (SIM retirée, batterie morte). Montre (cassée, arrêtée à 23:47). Et trois Polaroïds.

Valeria prit la montre — Casio digitale, celle que Matteo portait toujours. Écran fissuré, arrêté à 23:47.

L'heure la frappa comme un coup de poing.

23:47.

L'heure exacte à laquelle Elena était morte en 1992, selon le certificat de décès qu'elle avait trouvé dans la clé USB de papa.

Trente-trois ans plus tôt. À la minute près.

Coïncidence ?

Valeria ne croyait pas aux coïncidences.

Valeria étala les photos sur la table.

Premier Polaroïd : elle et Matteo à la fête foraine, celle qu'elle connaissait.

Deuxième : Matteo en uniforme, le jour de sa promotion détective. Sérieux, professionnel, mais avec ce demi-sourire qui disait «Je n'arrive pas à croire qu'ils me paient pour faire ça.»

Troisième —

Valeria s'arrêta. Elle ne se souvenait pas de cette photo.

Matteo dans un laboratoire. Blouse blanche. Entouré d'équipements scientifiques.

Et à côté de lui — Alberto Maffei.

Plus jeune, plus mince, mais incontournable.

Valeria retourna le Polaroïd. Écriture qui n'était pas celle de Matteo :

«Sujet 017 — Base neurologique — Test initial 15/08/2019»

Ses mains tremblèrent.

Sujet 017.

Pas «Détective Greco». Pas «Agent Matteo».

Sujet.

Le mot sujet lui fit le même effet qu'une morsure derrière la nuque. Ce n'était pas un terme neutre. C'était une condamnation.

Si Matteo avait été un test, alors elle, qu'était-elle ? Une variable de sécurité ?

Valeria chercha dans son téléphone. Trouva le numéro de Maffei — pas celui d'où il avait appelé, mais celui officiel de l'université.

Composa.

Sonnerie. Deux. Trois.

Répondeur : «Vous avez joint le professeur Alberto Maffei. Actuellement en congé pour raisons personnelles. Pour urgences, contacter le Département de Neurosciences.»

Valeria raccrocha.

Regarda sa montre : 00:03.

Vendredi soir arriverait en moins de quarante-huit heures.

Elle prit son téléphone personnel. Composa un numéro qu'elle utilisait rarement.

Deux sonneries. Voix ensommeillée :

«Val ? Il est minuit, quelqu'un est mort ?»

«Ricci, j'ai besoin d'une faveur.»

Silence. Puis :

«C'est illégal à quel point ?»

«Sur une échelle de un à dix ? Huit.»

«Bon sang.» Bruit de Ricci qui se levait, déjà réveillé. «Raconte.»

Appartement de Valeria — jeudi matin, 06 h 47

Valeria n'avait pas dormi.

La nuit n'était même pas vraiment arrivée. Elle l'avait passée assise sur le sol, le dos contre le mur, la lumière de l'écran comme une blessure ouverte.

Chaque fois qu'elle fermait les yeux, elle voyait Matteo se retourner dans une ruelle mouillée et quelqu'un lui tirer dessus hors champ.

Alors elle avait décidé de s'activer et s'était mise à construire une chronologie sur le sol du salon, en utilisant des Post-it et de la ficelle rouge, comme dans les séries policières dont Matteo se moquait.

«Va', personne n'utilise littéralement de la ficelle rouge. C'est un cliché.»

«Ça marche.»

«Ça marche pour nous faire rire.»

Mais Valeria ne riait plus, maintenant.

Elle avait trois chronologies parallèles :

CHRONOLOGIE A — Mort de Davide Torre (2014)

20 mars, 21h00 : Davide appelle Maffei, dit qu'il craint pour sa vie

20 mars, 23h47 : explosion dans le laboratoire 21 mars : Davide déclaré mort

23 mars : affaire classée comme «accident»

CHRONOLOGIE B — Mort de Matteo (2025)

16 mars : Matteo rencontre une femme mystérieuse (photo)

18 mars, 23h47 : Matteo tué

19 mars : affaire ouverte comme «embuscade pendant une opération»

mai 2025 : affaire close, aucun suspect

CHRONOLOGIE C — Maffei appelle Valeria (2025)

10 octobre : Maffei trouve le journal de Davide (supposition)

16 octobre, 23h47 : Maffei appelle Valeria

18 octobre, 19h00 : réunion programmée.

Trois événements. Onze ans de distance.

Tous reliés par :

Horaire : 23 h 47 (Torre meurt, Matteo meurt, Maffei appelle)

Personne : Alberto Maffei (présent ou connecté dans les trois)

Mot : Léthé.

Valeria fixa le motif.

Coïncidence ? Impossible.

L'heure précise — 23 h 47 — répétée trois fois suggérait une signification. Du symbolisme. Ou de la provocation.

Quelqu'un voulait qu'elle le remarque.

L'interphone sonna. Valeria vérifia la vidéo.

Un homme dans la cinquantaine, en costume gris coûteux, mallette en cuir. Cheveux parfaitement peignés avec du gel qui brillait sous la lumière du porche. Dents trop blanches — blanchies professionnellement, probablement tous les six mois.

Elle ne le reconnaissait pas.

Elle prit le Beretta sur la table. Vérifia : chargeur plein, sûreté retirée.

Ouvrit la porte en laissant la chaîne insérée.

«Oui ?»

L'homme sourit. Professionnel, calculé, sans chaleur.

«Commissaire Greco ? Je suis maître Santoro. Je représente la famille Maffei.»

La voix était trop calme. Elle sentait le tabac coûteux et le mensonge poli.

Valeria le jaugea en une seconde : costume sur mesure, yeux qui calculaient. Il ne portait pas d'ombre visible, mais le genre de personne qui parle ainsi en a toujours une derrière elle.

Valeria ne baissa pas le pistolet.

«Je ne me souviens pas avoir demandé de représentation légale.»

«Ce n'est pas pour vous.»

Il passa une enveloppe à travers la fente. Épaisse, de couleur crème, scellée avec de la cire à cacheter.

«Le professeur Alberto voulait s'assurer que vous aviez tout le nécessaire pour le week-end. Considérant la… distance de la villa.»

Valeria prit l'enveloppe sans l'ouvrir.

«Qu'y a-t-il dedans ?»

«De l'argent liquide. Mille euros. Pour les frais de voyage.» Le sourire s'élargit. «Et une clé de la villa. Le professeur dit que vous en aurez besoin.»

«Pourquoi ne peut-il pas me la donner lui-même ?»

«Parce que le professeur Maffei est… indisposé. Stress. C'est compréhensible, vu ce qu'il planifie.»

L'avocat ajusta ses lunettes.

«Et, commissaire ? Un conseil non sollicité — apportez le pistolet. Villa Maffei a une histoire compliquée. Trois morts en deux cents ans. Les gens ont tendance à s'y perdre.»

«Se perdre comment ?»

«Géographiquement. Mentalement.» Il haussa les épaules. «La distinction importe-t-elle, quand on est mort ?»

Et il s'éloigna, chaussures luisantes cliquetant sur le trottoir.

Valeria ferma la porte.

Elle savait que c'était un piège. Aucun avocat n'apporte du liquide à six heures du matin. Aucun avocat ne parle en énigmes de gens qui se perdent mentalement.

Mais elle accepta l'enveloppe, non pas parce qu'elle faisait confiance, mais parce que c'était le seul fil qu'elle avait à tirer.

Elle ouvrit l'enveloppe.

À l'intérieur : exactement mille euros en billets de cinquante. Carte de visite de l'avocat. Et une clé — en laiton ancien, oxydé, avec d'intriqués motifs géométriques gravés.

Sur le collet de la clé, estampillé :

VERITAS VOS LIBERABIT.

La vérité vous rendra libres.

Ou, pensa Valeria, vous fera tuer.

Sous la clé, il y avait autre chose. Petit. Enveloppé dans du papier de soie. Valeria le déballa.

Une photographie.

Vieille — années 90, peut-être fin années 80. Décolorée, aux bords usés.

Deux petites filles. Jumelles identiques, d’un ou deux ans. Debout devant un bâtiment que Valeria ne reconnaissait pas.

Et entre elles, à genoux — une femme.

Valeria regarda plus attentivement. Le visage était familier mais distant, comme quelque chose vu en rêve.

Elle retourna la photo.

Calligraphie différente — féminine, tremblante :

«Maria, Valeria, Elena — été 1991»

Le sol s'inclina.

Maria. Sa mère.

Valeria. Elle-même.

Elena.

Valeria n'avait pas de sœur, seulement un frère. Elle était fille unique ; son père le lui avait dit mille fois. «Tu es tout ce que nous avons, petite. Notre unique, précieuse fille.»

Mais sur la photo il y avait deux petites filles. Identiques.

Comme celles de la vidéo sur la clé USB de Francesco, comme pour confirmer ce que Valeria ne voulait toujours pas accepter.

L'image trembla entre ses doigts. Pas à cause du poids du papier, mais de ce qu'elle représentait.

La chair de poule lui courut jusqu'aux épaules. L'esprit cherchait des justifications — cousines, erreur, photomontage —

Valeria courut à la salle de bains. Vomit des pâtes froides et de la bile et quelque chose qui avait le goût de la peur.

Commissariat central — jeudi après-midi, 14 h 23

«Tu plaisantes.»

Le détective Ricci — cinquante-deux ans, vingt-cinq ans de service, ventre qui parlait de trop de déjeuners avec trop de plats — fixait Valeria à travers le bureau de son office comme si elle était devenue folle.

Ce qui, Valeria devait l’admettre, était une réelle possibilité.

«Je ne plaisante pas.»

«Tu veux aller dans une villa isolée avec des gens que tu suspectes de meurtre —»

«Deux meurtres.»

«— deux meurtres, te basant sur la parole d'un scientifique qui dit "oublier" et sur une photo dont tu n'as pas de souvenir, mais qui, apparemment, te montre avec une sœur que tu n'as jamais eue.»

Dit comme ça, ça sonnait mal.

«Oui.»

Ricci s'appuya en arrière sur sa chaise. La chaise gémit. Il ignora les gémissements comme un homme avec une longue expérience d'ignorer les plaintes des chaises.

Il avait un de ces visages que les gens décrivaient comme «honnête» : lignes profondes autour des yeux, favoris gris qu'il n'avait jamais envisagé de teindre, nez cassé mal et jamais remis en place.

Mais c'étaient les yeux qui trahissaient l'intelligence. Marron, attentifs, qui voyaient plus qu'ils ne laissaient transparaître.

«Val.»

Il utilisa son prénom, pas son grade. Mauvais signe.

«Matteo est mort il y a six mois. Tu as fait tout ton possible — tu as enquêté, tu as soulevé chaque pierre, tu as menacé trois surintendants et un juge. Et tu n'as rien trouvé.»

«Parce que je ne regardais pas au bon endroit.»

«Ou parce qu'il n'y avait rien à trouver.»

Gentil mais ferme. Ricci se pencha en avant.

«Matteo travaillait en infiltration depuis dix-huit mois. Il était infiltré dans un réseau de trafic d'armes — des gens mauvais, paranoïa justifiée. Et quand tu es si profond —» il fit un geste avec la main, comme s'enfoncer dans l'eau «— tu commences à voir des motifs là où il n'y en a pas. C'est un mécanisme de défense. Le cerveau cherche des menaces partout parce que les menaces sont partout.»

«La note qu'il a écrite —»

«C'était de la paranoïa», dit Ricci. «Douloureuse, mais de la paranoïa. "Ne fais confiance à personne" est un symptôme classique de rupture psychologique sous infiltration prolongée. J'ai vu ça arriver à des hommes plus forts que Matteo.»

Valeria savait qu'il avait raison.

La partie rationnelle, entraînée, professionnelle savait qu'elle faisait exactement ce que le manuel disait de ne pas faire : poursuivre des fantômes parce qu'accepter la réalité était trop douloureux.

Mais.

Cette fichue photo avec la petite fille qui n'aurait pas dû exister.

Ce fichu appel à l'heure exacte à laquelle Matteo était mort.

Et cette sensation — l'instinct du sang — qui lui disait qu'il y avait quelque chose de vrai sous tout ça.

«Si je ne t'appelle pas d'ici demain, quatorze heures», dit-elle, «envoie quelqu'un à Villa Maffei, Superga.»

Ricci soupira. Long. Comme un ballon qui se degonfle.

«Tu es impossible.»

«Je suis ta partenaire. C'est dans le contrat.»

«Le contrat dit "collaboration professionnelle", pas "suivre une collègue dans une mission suicide basée sur — "»

Il s'arrêta. Regarda Valeria. Vraiment la regarda, de la façon qu'il avait quand il allait dire quelque chose d'important.

«Ce n'est pas ça, n'est-ce pas ?»

«Quoi ?»

«Mission suicide.»

Ricci enleva ses lunettes, les nettoya avec sa cravate, puis les remit. Temps pour penser.

«Val, s'il y a quelque chose — si tu as besoin de parler à quelqu'un —»

«Ce n'est pas ça.»

«Parce que le suicide du policier est un risque réel. Et après Matteo, avec la pression, avec les affaires qui ne se ferment pas —»

«Ce. N'est. Pas. Ça.»

Valeria se leva.

«C'est que, pendant quatre ans, j'ai accepté la version officielle. Et chaque jour cette version a eu de moins en moins de sens. Et maintenant quelqu'un m'offre des réponses. Elles peuvent être des mensonges, des manipulations, mais au moins, c'est quelque chose.»

Silence.

Puis Ricci fit quelque chose d'inattendu.

Il rit. Il ne ricana pas. Il rit — profondément, sincèrement, avec une touche de résignation.

«Quoi ?» demanda Valeria.

«Rien. C'est juste que —»

Ricci se leva, alla à l'armoire métallique dans le coin. L'ouvrit avec une clé qu'il gardait sur une chaîne autour du cou. Sortit quelque chose.

«— Si tu vas faire quelque chose de stupide, fais-le au moins avec un équipement décent.»

Il posa sur la table : micro ambiant miniaturisé, traceur GPS, taser plus puissant que le standard.

«Ricci —»

«Ne dis rien. Officiellement, je ne t'ai rien donné. Officiellement, je ne sais pas où tu vas. Mais non officiellement —»

Il s'approcha, lui mit les mains sur les épaules. Lourdes, chaudes.

«— si tu n'appelles pas d'ici demain à quatorze heures, je viens avec quatre voitures et assez de puissance de feu pour faire ressembler Superga à Falloujah.»

Valeria sentit quelque chose se serrer dans sa gorge.

«Merci.»

«Et Val ? Quoi que tu trouves là-bas — quelle que soit la vérité, quel que soit le mensonge — rappelle-toi que Matteo ne voudrait pas que tu meures en essayant de le venger.»

«Je sais.»

«Tu es sûre ?»

Valeria ne répondit pas.

Autoroute A4, direction Superga — vendredi, 18 h 12

La pluie commença quarante kilomètres avant Turin.

Le pare-brise était une plaque d'eau continue. Les gouttes couraient comme des pensées : trop rapides pour toutes les suivre, impossibles à arrêter.

La radio grésillait sur des fréquences mortes, et le GPS s'obstinait à chercher un signal.

Elle était seule avec la voix du moteur et ses propres questions.

Et Valeria commença à penser que l'univers essayait peut-être de lui dire quelque chose.

Genre : «Fais demi-tour, idiote.»

Mais Valeria Greco n'avait jamais été douée pour écouter les conseils. Même quand ils étaient sensés.

Elle conduisit.

Sortie de l'autoroute, la route montait, étroite, tortueuse. Des deux côtés, des bois épais qui semblaient plus proches que nécessaire. Des arbres qui se penchaient comme pour attraper la voiture.

Aucune autre voiture dans aucune direction. Seulement Valeria, la tempête et trois mille questions sans réponse.

Maria, Valeria, Elena.

Qui était Elena ? Sœur jumelle ? Morte ? Disparue ?

Et pourquoi — POURQUOI — son père ne le lui avait-il jamais dit ?

Francesco Greco avait été beaucoup de choses : policier honnête, père affectueux, homme qui faisait ce qui était juste même quand ça coûtait cher.

Valeria n'aurait jamais pensé qu'il pouvait être un menteur.

Pourtant, il avait caché à sa fille l'existence d'une personne entière.

Le GPS dit : «Destination dans trois kilomètres. Tenir la droite.»

Puis mourut. Écran noir. Pas de satellite. Pas de connexion.

Valeria continua à conduire en se basant sur l'instinct et la mémoire. Elle avait étudié la zone : cartes, images satellite. Elle avait mémorisé chaque virage, chaque bifurcation, chaque —

Les grilles apparurent à travers le déluge comme une apparition.

Fer forgé, trois mètres de hauteur, vert d'oxydation et de mousse. Entrouvertes.

Pas grandes ouvertes en bienvenue. Pas fermées en refus. À mi-chemin — comme si la villa n'avait pas encore décidé si elle l'accueillait ou la repoussait.

Valeria arrêta la voiture. Laissa le moteur tourner. Sortit sous la pluie.

L'eau la frappa comme un marteau — froide, violente, avec intention. En trois secondes, elle était trempée.

Elle s'approcha des grilles. Étudia le fer forgé — travail du XIXe siècle, probablement d'origine. Symboles gravés : roses, serpents, crânes stylisés.

Et sur le pilier droit, à hauteur des yeux —

le symbole.

Cercle parfait, grand comme une assiette. Divisé en sept secteurs égaux par des lignes précises, comme tracées à la règle.

Valeria passa les doigts sur les rainures. Profondes. Délibérées. Anciennes — la mousse poussait à l'intérieur, vert brillant qui contrastait avec la pierre grise.

Elle avait déjà vu ce symbole.

Où ?

La mémoire était glissante, peu fiable. Comme attraper du savon mouillé.

Elle prit trois photos sous différents angles.

Poussa les grilles.

Elles s'ouvrirent avec un gémissement long, métallique — un son qui, dans le silence de la colline, semblait crier : QUELQU'UN ENTRE.

L'allée montait à travers un bois de plus en plus épais. Rhododendrons sauvages sur les côtés, poussés sans contrôle. Statues ruinées — anges sans têtes, saints sans visages, figures que le temps avait rendues anonymes.

Et puis — Villa Maffei.

Valeria la vit d'abord comme une masse sombre contre un ciel encore plus sombre. Puis, en s'approchant, les détails émergèrent.

Trois étages. Pierre qui avait été ocre mais semblait maintenant de couleur cendre. Ouvertures hautes et étroites — meurtrières plutôt que fenêtres, comme si le bâtiment avait été construit pour se défendre.

Une tour circulaire sur le côté est, qui s’élevait de deux étages au-dessus du reste. Au sommet, une fenêtre — unique, ronde, sombre.

Le lierre couvrait la moitié de la façade ouest. Pas d'un vert décoratif — presque noir, si dense qu'il cachait complètement la pierre sous-jacente.

Et les lumières.

Chaque fenêtre du rez-de-chaussée était illuminée. Mais la lumière était mauvaise. Pas chaude, pas accueillante. Jaune-verdâtre, comme vue à travers de l'eau stagnante.

Valeria se gara. Coupa le moteur.

Silence total.

La pluie avait cessé soudainement, comme coupée par un couteau.

Elle prit la valise sur le siège arrière — vêtements, documents, armes.

Vérifia le Beretta pour la troisième fois — chargeur plein, chambre libre, sûreté désengagée.

Vérifia le micro que Ricci lui avait donné — caché dans le collier qu'elle portait. Actif, enregistrement continu.

Vérifia le traceur GPS — inséré dans la semelle de la chaussure droite. Transmettait-il encore ? Impossible de savoir sans signal.

Elle monta les vingt-trois marches de pierre usée.

La porte était massive — en bois de noyer, incrustations géométriques, poignée de laiton en forme de tête de lion avec un anneau dans la bouche.

Valeria leva la main pour frapper.

La porte s'ouvrit avant qu'elle puisse la toucher.

Alberto Maffei se tenait sur le seuil.

En personne, il semblait plus vieux que Valeria ne se souvenait. Cheveux argentés, peignés en arrière avec une précision obsessionnelle. Yeux bleu intense mais avec quelque chose de nouveau : un tic nerveux à la paupière gauche, pulsant, visible.

Costume de tweed marron qui sentait la naphtaline et la vieille académie.

Mais c'était le sourire qui la dérangeait.

Trop large. Trop tendu. Comme un masque qui ne s'ajuste pas parfaitement.

«Commissaire Greco.» La voix était celle de l'appel téléphonique — polie, contrôlée. Mais avec des vibrations sous-jacentes. «Bienvenue à la Villa des Ombres.»

Il ne dit pas «Villa Maffei». Il dit «Villa des Ombres». Comme si c'était le nom officiel. Comme si l'obscurité faisait partie de l'identité du bâtiment.

«Professeur.» Valeria n'entra pas. «Avant de procéder, j'ai des questions.»

«Naturellement.»

«La photo que vous avez fait insérer dans mon dossier — où l'avez-vous prise ?»

«Du journal de Davide. Elle était collée à la dernière page.»

«Et la photo avec ma mère et une petite fille dont je ne devrais pas me souvenir ?»

Le sourire de Maffei vacilla. Seulement une seconde. Mais il vacilla.

«Celle-là… vous n'auriez pas dû la recevoir encore. Pas avant —»

Il s'arrêta.

«Qui vous l'a donnée ?»

«Votre avocat.»

«Je n'ai pas contacté d'avocat.»

Maffei se retourna, regardant à l'intérieur de la villa.

«Alors ça a commencé plus tôt que je ne pensais.»

«Qu'est-ce qui a commencé ?»

«Le jeu.»

Il se tourna vers elle. Et dans ses yeux, pour la première fois, Valeria vit une vraie peur.

«Commissaire, quelqu'un dans cette villa joue avec nous tous. Je pensais avoir le contrôle — être l'orchestrateur. Mais je pense… je pense que j'ai été juste une autre pièce sur l'échiquier.»

«Et vous voulez que j'entre quand même ?»

«Je veux que vous découvriez qui est le vrai joueur.» Maffei fit un pas en arrière, l'invitant. «Avant que le jeu ne se termine. Avant que quelqu'un ne meure. À nouveau.»

Valeria regarda au-delà du seuil.

Un long couloir, éclairé par des lustres de cristal. Des miroirs sur chaque mur — infinis, qui multipliaient les reflets. Des fresques au plafond — scènes mythologiques. Perséphone enlevée aux enfers. Orphée qui perd Eurydice.

Et au centre, plus grand que les autres — un fleuve. Des âmes qui boivent. L'oubli qui descend.

Léthé.

Valeria entra.

Et de l'obscurité à l'étage supérieur, Valeria entendit —

un rire.

Bas. Féminin. Familier d'une façon qui lui glaça le sang.

Parce qu'elle connaissait ce rire.

Mais ne savait pas d'où.

Era il 24 novembre, il treno tagliava la pianura padana e Valeria contava. Non i chilometri, non le stazioni. I battiti del cuore nel polso sinistro. Pollice destro contro la vena, come le aveva insegnato Maria. Uno. Due. Tre. Quattro. Mai oltre. Mai il quinto battito — si era fermata lì da sola, anni prima, in un momento che non ricordava, e da allora non aveva trovato ragione di andare avanti. Il quinto era una porta che restava chiusa.

Milano si allontanava. Non per la prima volta: a Genova ci aveva già dormito, ci aveva già aperto un ufficio, ci aveva già lasciato i libri su una scrivania che aspettava. Ma era la prima volta che portava tutto il resto. Il treno puzzava di caffè bruciato e di plastica calda, e fuori dal finestrino la pianura scorreva piatta e uguale a se stessa, campi spogli e capannoni, una nebbia bassa che non si decideva né a salire né a cadere.

Il Frecciarossa era quasi vuoto. Martedì mattina, troppo presto per i pendolari, troppo tardi per i viaggiatori della notte. Tre file più avanti un uomo dormiva con la bocca aperta; dall’altro lato del corridoio, una donna anziana teneva in grembo una borsa che non aveva aperto una sola volta da Milano.

Le mani tremavano. Non per Villa Maffei — quello era stato tredici mesi prima. Tremavano per il caffè bevuto troppo in fretta, per la Glock 19 nella borsa ai suoi piedi — caricatore da quindici colpi, camera vuota — e per il fatto che l’ultima volta che aveva puntato un’arma era stata davanti a sua madre. A Villa Maffei le dita si erano aperte da sole e la Beretta era caduta a terra — il comando piantato nelle ossa che sceglieva al posto suo. Era riuscita lo stesso a raccoglierla. A sparare. Ma il ricordo di quelle dita che per un istante non erano state sue non se n’era più andato, e aveva smesso di rigirarselo come si smette di toccare un dente che fa male.

Elena non era sul treno. Non era in nessun posto che Valeria conoscesse: ogni volta che aveva provato a chiamare, la segreteria, quella voce piatta con la piccola risata alla fine. Quattro giorni di silenzio. Poi, ieri sera, una parola sola. «Vieni.»

Non silenzio. Assenza. Come girare la chiave in una serratura che ha smesso di rispondere.

Il treno entrò in galleria. Buio improvviso. Nel riflesso del vetro il suo viso le sembrò quello di un’altra, più magra, più vecchia, le ombre sotto gli occhi come lividi. Poi la galleria finì e il mare apparve all’orizzonte, una striscia grigia che separava il cielo dal niente.

Genova.

• • •

Ventuno mesi prima. Febbraio. Lambrate.

L’ultima volta che Valeria aveva visto Matteo vivo era stata una sera al bancone del Cuore, quel bar di via Conte Rosso dove andavano quando dovevano parlare senza che nessuno ascoltasse — il jukebox così forte che dovevi urlare per farti sentire, e proprio per quello nessuno ti sentiva.

Matteo aveva ordinato un Negroni, lei una birra.

«Ho trovato qualcosa.» Le parole si accavallavano. Le passò il tovagliolo su cui aveva disegnato uno schema: frecce, cerchi, frecce che tornavano su se stesse. Valeria lo inclinò verso la luce del bancone. Non ci capì nulla. «Fondazione Ligure per la Neurometria Applicata. Erzelli. Sei milioni in tre anni, quattro società schermo. Soldi che entrano puliti e escono in posti dove non dovrebbero andare.»

«Chi ti ha dato questa roba?»

«Me la sono trovata da solo.» Si guardò intorno, non per paura ma per abitudine. Il barman lavava bicchieri con la schiena voltata.

«Matteo, questo è materiale per finire male.»

«Lo so.» Lo disse a mezza voce, senza difendersi. «Ho un contatto agli Erzelli. La settimana prossima vado a Genova.»

«Vengo con te.»

«No.»

«Matteo.»

«No.» La voce era ferma, senza margine. Aveva deciso prima di venire. «Se mi succede qualcosa, sei tu il piano B. Non possono prenderci entrambi.»

«Piano B di cosa? Non so nemmeno di cosa stai parlando.»

«Meglio così.» Accese una sigaretta senza chiedere. Aspirò. Poi la guardò davvero, come faceva raramente. «Se non ti chiamo entro venerdì, cerca, indaga e non credere a nessuno. Prometti.»

«Stai esagerando.»

«Fallo per me.»

Valeria annuì. Non c’era altro da dire.

Faceva i suoi video-diari, Matteo. Ne aveva archiviati centinaia, su un canale privato accessibile a due redattori. Credeva nelle parole registrate, nelle voci tenute al sicuro su un server. Era l’unica cosa che lo tradiva: l’ostinazione di documentare tutto, perfino se stesso.

Si salutarono fuori dal bar. Le diede un abbraccio breve, forte, con quell’odore di tabacco e dopobarba che Valeria avrebbe poi cercato in ogni stanza in cui lui non c’era più.

Non l’aveva chiamata venerdì. Tre settimane dopo, due giorni prima della fine, il telefono aveva squillato. Ora tarda, numero nascosto. La voce piatta — non spaventata, peggio: controllata.

«Val. Ho trovato qualcosa. Su papà. Su mamma. Su tutto. Non posso dirti altro adesso.» Una pausa. «Prometti che non ti arrendi.»

Niente altro. E Valeria aveva capito che non stava parlando di Erzelli.

Due giorni dopo l’avevano trovato in un vicolo di Milano alle tre del mattino. Tre colpi, due al torace, uno alla testa. La Mobile aveva chiuso il caso in poche settimane: agguato durante un’operazione sotto copertura, la versione consegnata ai giornali. Pulita, ordinata, archiviabile. Valeria non l’aveva mai accettata.

Non era andata al funerale. Era rimasta nell’appartamento di lui e aveva cercato. File, cartelle, chiavette nascoste dietro i libri. Ma niente: tutto troppo in ordine e perfetto per com’era Matteo.

• • •

Ricci era venuto con due caffè e l’aria di chi non aveva dormito. Il suo vecchio collega della Mobile, l’ispettore che a Villa Maffei aveva tenuto la posizione quando tutto era andato in fumo. Le passò un biglietto con un numero scritto a penna.

«La Questura di Genova ha un contatto. Si chiama Delgado. Ispettore della Mobile.»

«Posso fidarmi?»

«Puoi chiamarlo. È diverso.»

Valeria lo studiò. Ricci era in piedi accanto alla finestra, in controluce, il viso illeggibile, le mani ferme sul bordo del davanzale.

«Come fai a conoscere qualcuno alla Questura di Genova?»

Ricci bevve il caffè. «Un caso interforze, sei anni fa. Traffico di armi dal porto. Lo chiudemmo in regola. Genova non è grande come sembra — chi lavora nei piani bassi della giustizia finisce per conoscersi.»

Una risposta ragionevole. Forse troppo ragionevole. Ma Valeria non aveva spazio per i dubbi quella mattina, con le scatole vuote sul pavimento e il treno che partiva tra un’ora. La mise da parte, una di quelle cose che non hai tempo di pesare e non butti via.

«Valeria.»

«Dimmi.»

«Non fare la stronza eroica. Se le cose si mettono male, chiama. Io arrivo. Anzi: prendo il Frecciarossa del pomeriggio. A Genova ci vediamo stasera.»

Lasciò il biglietto sul tavolo e uscì. Sulla soglia si girò, come per aggiungere qualcosa. Poi chiuse la porta.

• • •

Il treno rallentò. Genova Principe apparve: ferro, vetro, piccioni. La Lanterna si stagliava in lontananza contro il cielo grigio, e i binari correvano paralleli al mare come se volessero toccarlo senza osare.

Valeria scese. L’odore la colpì per primo: salsedine e gasolio, catrame caldo e ferro vecchio. Respirò a fondo. Ogni città ha un sapore. Milano sa di smog e di ambizione. Genova sa di mare che lavora e di gente che non spreca fiato per cose inutili.

Prese la metropolitana fino a San Giorgio, poi risalì a piedi i caruggi. I polpacci protestavano per la pendenza. Le botteghe aprivano una dopo l’altra: un ferramenta con le serrande mezze alzate, un pescivendolo che rovesciava ghiaccio tritato su un bancale, una donna che lavava la soglia con un secchio e una scopa di saggina. Via del Campo. Non il posto più raccomandabile, ma strategico — abbastanza nascosto da scoraggiare le visite casuali, abbastanza centrale da raggiungere qualsiasi punto della città in venti minuti a piedi. Il suo ufficio era all’ultimo piano di un palazzo alto e stretto, senza ascensore, quattro rampe che toglievano il fiato e una porta blindata comprata usata da un fabbro di Sottoripa.

Aprì dopo quattro mandate. L’odore già familiare l’accolse: carta, toner caldo, ardesia bagnata filtrata da muri mai impermeabilizzati. Il gatto — grigio, sei chili di giudizio peloso, l’orecchio destro abbassato — aprì un occhio dal davanzale e lo richiuse. Non era suo, non lo era mai stato: entrava dal lucernario quando gli pareva e se ne andava con la stessa indifferenza. A Genova i gatti non appartengono alle persone. Appartengono ai caruggi.

«Sono tornata», disse Valeria.

Il gatto non rispose.

Prima di sedersi alla scrivania scese di nuovo. Quattro rampe. Svoltò verso Sottoripa. Il forno apriva alle sei e chiudeva quando finiva la focaccia, che a Genova non è un prodotto ma un sacramento. Valeria comprò un pezzo grande come un foglio A4. La donna dietro il banco — braccia da muratore, sorriso di chi sa di vendere la cosa migliore del mondo — glielo tagliò con le forbici e ne staccò un angolo da assaggiare.

«Da dove viene, lei?»

«Da Milano. Ma sto qui adesso.»

«Eh.» L’olio le colava tra le dita, caldo, salato. «Chi arriva a Genova pensa di restare un mese e poi resta per sempre. È il sale: entra nelle ossa e non esce più.»

Valeria risalì mangiando, l’olio sul mento e sulle dita lucide. Croccante fuori, morbida dentro, un sapore di mare e farina che nessun altro posto al mondo sapeva replicare. Per un momento, solo un momento, non pensò a Matteo, a Phoenix, a Maria.

Posò lo zaino. Guardò la scrivania: due messaggi in segreteria, una cartellina aperta, la mappa di Genova coperta di segni rossi. Indirizzi, movimenti di denaro, nomi e connessioni che Matteo aveva tracciato prima di morire. Ogni puntina era una domanda. Ogni linea a pennarello un filo che poteva portare a Phoenix o a un vicolo cieco — e a Genova un vicolo cieco era letteralmente un vicolo: stretto, buio, con un solo modo per uscirne.

Mnemosyne. Fondazione Ligure per la Neurometria Applicata. Negli ultimi appunti di Matteo il progetto aveva anche un nome più vecchio — Insight Nexus, «centro di formazione neuro-etica» — poi la sigla era cambiata, come cambiano nome le cose che non vogliono essere seguite.

Per questo aveva scelto Genova. Non solo per Matteo, ma perché questo labirinto di caruggi e crêuze, scale e sottoportici, era fatto per chi deve cercare senza essere visto. Ci si poteva nascondere a vista.

Ma forse nessuna città era abbastanza grande per nascondersi da Maria. Aveva sempre deciso al posto suo — dove vivere, cosa cercare, quando muoversi. Anche adesso che era morta, legalmente, civilmente, Maria continuava a scegliere da qualche parte, dentro.

• • •

Il telefono squillò alle dieci e due — il cellulare, non il fisso. Il numero che aveva dato a pochissime persone. Numero sconosciuto.

Valeria lo guardò senza muoversi, il display acceso nella penombra come un occhio aperto. Rispose.

«Greco.»

Una voce femminile. Giovane. Il respiro rotto, irregolare.

«Sei Valeria Greco? L’investigatrice?» Un’inspirazione spezzata. «Mi hanno detto che puoi, che capisci certe cose.»

«Chi ti ha dato questo numero?»

Silenzio. Solo un ronzio basso, costante, come un sistema di ventilazione industriale.

«Non posso, ascolta. Mi stanno cancellando. Pezzo per pezzo. Non un ricordo alla volta. Blocchi interi. Ieri non ricordavo il nome della strada dove sono cresciuta. Stamattina non ricordavo il colore degli occhi di mia madre.»

Non piangeva. La voce tremava, ma non piangeva.

«Come ti chiami?»

«Marta. Marta Merel—»

Passi. Una porta che sbatteva. La voce scese a un sussurro.

«Devo andare. Mio padre verrà da te. Si chiama Italo. Digli Progetto Lete, sub-task B. Digli—»

Un clic. Linea morta.

Valeria fissò il telefono finché il display non si spense. La voce di Marta no.

Poteva ignorarla. Cambiare città, ricominciare, sparire — era brava a sparire. Ma se non andava, Marta sarebbe sparita comunque, e non nel senso fisico. Pezzo per pezzo, come aveva detto. Valeria sapeva esattamente cosa significava, perché l’aveva visto succedere a Elena: occhi aperti ma vuoti, un corpo che cammina e una persona che non c’è più.

Digitò sul computer: Marta Merello Genova.

Cinque risultati. Il primo, un profilo LinkedIn. Ricercatrice presso la FLNA — Fondazione Ligure per la Neurometria Applicata. Una donna sui trent’anni, capelli raccolti, un sorriso professionale che non raggiungeva gli occhi. Ultima attività: tre settimane prima.

FLNA. La stessa che Matteo aveva tracciato. La stessa che riceveva soldi da conti fantasma.

V. Greco — Investigazioni era stata aperta per questo. Non per seguire mariti infedeli né per cercare gatti scappati. Per questo.

• • •

Due ore dopo, la scrivania era una mappa di guerra: file aperti, appunti, il dossier di Matteo sparso come le tessere di un puzzle. Valeria stava collegando i punti quando tre colpi arrivarono alla porta. Lenti, misurati, distanziati.

Aprì.

Un uomo sulla sessantina. Magro, di un’eleganza consumata. Giacca blu che aveva visto stagioni migliori ma era pulita, camicia fresca di lavanderia, cravatta stretta al punto giusto. Capelli grigi pettinati indietro, baffi sottili. Portava con sé un odore di salmastro e una cartellina di cartone legata con lo spago — il tipo che si comprava trent’anni fa e si usava fino alla morte. Le mani grandi, callose, le unghie corte. Mani da lavoro. Mani che avevano tenuto corde per quarant’anni.

«Signora… o signorina?»

«Greco va benissimo.» Gli fece cenno. «Prego.»

L’uomo entrò. Lo sguardo si fermò sulla mappa con i segni rossi, poi si spostò via.

«Italo Merello. Comandante marittimo per quarant’anni, adesso consulente: significa che nessuno mi paga più, ma tutti mi chiedono ancora consigli. Vivo alla Spezia, ma i vicoli di Genova li conosco da quarant’anni.» Si fermò vicino alla finestra, lo sguardo oltre i tetti. «Ho visto il suo nome su un volantino al bar di Sottoripa. A Genova una cosa si sa: se un ufficio è in questi vicoli, o costa poco o non vuole essere trovato. In ogni caso, chi ci sta ha i suoi motivi.»

«Ha un problema di cui è meglio non parlare al bar, quindi.»

«Belìn, ecco.» La parola scivolò via come un segno di punteggiatura. «Scusi il dialetto.»

«Lo capisco quel tanto che basta per non offendere nessuno. A parte il mio padrone di casa, che ha messo un timer al contatore. La luce dopo le ventidue è un supplemento.»

Merello alzò un sopracciglio. «Allora è già di casa.»

Prima di sedersi spostò la sedia di tre centimetri esatti verso sinistra — un aggiustamento automatico, senza guardarla. Poi appoggiò le dita al bordo del tavolo: indice, medio, anulare, nello stesso ordine, come chi preme tre tasti di un codice. Lo fece senza accorgersene. Posò la cartellina sul tavolo con il riguardo di chi maneggia qualcosa di fragile. Non la aprì.

Rimase in silenzio, le mani intrecciate sul grembo, lo sguardo fisso su un punto tra il tavolo e il pavimento. Valeria lo lasciò stare. Il silenzio di un genitore che cerca le parole per parlare di un figlio non si interrompe. Si aspetta.

«Mia figlia si chiama Marta», disse infine. «Ha trent’anni. Ricercatrice in un laboratorio agli Erzelli. Si occupano di…» Fece una smorfia. «Neuroqualcosa. Elettrodi, risonanze, grafici che paiono cardiogrammi. Io capisco le carte nautiche, non le mappe in arcobaleno.»

Erzelli. Valeria sentì il piccolo scatto interiore, come quando il contatto di un interruttore finalmente combacia.

«Continui.»

«Da tre mesi Marta cambia. Non come si cambia quando si lavora troppo.» Inspirò. Ogni parola gli costava. «Ha dei vuoti. Stava parlando con me a tavola, domenica, pesto come ogni domenica, e poi, pum, dieci minuti di silenzio. Come se si spegnesse. Quando torna, non ricorda nulla. Altre volte finisce in posti dove non ha motivo di essere. Una volta l’hanno trovata a Pegli, di notte, ferma a guardare il mare. Gennaio. Senza giacca. Non ricordava come ci fosse arrivata.» Le mani si strinsero, le nocche bianche. «Ha iniziato a svegliarsi con i lividi sulle braccia. Come se qualcuno gliele avesse tenute ferme.»

Il cuore di Valeria accelerò. Conosceva quei sintomi. Li conosceva dal di dentro, dalla pelle di Elena. Non lo disse.

«Ha fatto dei controlli?»

«Al San Martino. Esami su esami. Niente di organico. Stress. Disturbo dissociativo.» Le parole uscirono amare. «Parole che suonano bene, ma intanto mia figlia non c’è quando c’è. Capisce?»

«Capisco fin troppo bene.»

Merello la studiò. L’osservazione di un uomo che aveva passato la vita a leggere le maree e gli uomini.

«Mi dicono che lei si occupa di cose che non si possono dire. Manipolazioni. Ricordi tagliati.»

«Mi occupo di persone a cui è stato sottratto qualcosa. E di chi l’ha fatto.» Tirò la cartellina verso di sé. «Il laboratorio come si chiama?»

«Mnemosyne. Nome greco, credo. Hanno preso due piani in un edificio nuovo in collina. Badge, tornelli, guardie. Dicono di fare ricerca sul dolore cronico. Partecipazioni con aziende straniere.» Si sporse leggermente. «Io ho visto i contratti di fornitura con persone che non hanno indirizzi. Solo caselle postali. E in mare ho imparato una cosa: la nave che non vuole farsi vedere è sempre quella che porta il carico peggiore.»

Valeria aprì la cartellina. Foto di Marta: sorriso aperto, capelli raccolti male, gli occhi di chi passa ore davanti agli schermi. Copie dei badge, due referti, estratti conto. Accrediti regolari dallo stipendio. E tre versamenti con una causale che le si conficcò nel petto come un artiglio. Progetto Lete sub-task B.

Lete. Il fiume dell’oblio. Lo stesso nome che aveva trovato nei file di Matteo.

«Questi premi?» chiese piano.

«Dice che sono rimborsi.» Merello scosse la testa. «Io ho visto tanti rimborsi nella vita, ma mai di notte e mai con causali così poetiche.» Si schiarì la voce. «C’è altro. Tre settimane fa Marta mi ha chiamato. Confusa. Mi ha detto: papà, se succede qualcosa, ricordati questo nome — Valeria Greco. È a Genova. Lei capisce.» Lasciò la frase ricadere sul tavolo come un peso. «Come faceva Marta a sapere di lei?»

«Non lo so», disse Valeria. «Ma lo scoprirò.»

Qualcuno, dentro la fondazione, aveva passato il suo nome a Marta. Una mano nell’ombra. O un’esca.

«Le manderò tutto oggi», disse Merello. «Calendario di lavoro, colleghi, contratti.» Pausa. «E quanto le devo?»

A Genova, chiedere subito il prezzo non era abitudine: era igiene. Valeria si adeguò.

«Un acconto. Il resto solo se otteniamo qualcosa. E non sprecherò il suo denaro per far finta. Se vedo che è più grande di me, glielo dico.»

«La verità.» L’uomo tastò la parola come un oggetto raro. Estrasse il portafoglio. «Non sono ricco. I soldi che ho li ho risparmiati a colpi di focaccia secca e di trattative al ribasso. Ma se lei salva mia figlia, le offro persino la farinata con il formaggio.»

«A Genova è considerato un oltraggio.»

«Appunto. Vuol dire che è una cosa seria.»

Valeria prese i soldi e li contò: cinquecento euro in biglietti da venti, piegati con cura. «Comincio subito.»

Merello si alzò, si rimise la giacca, si raddrizzò la cravatta con un gesto che parlava di dignità salvata col minimo. Sulla soglia si voltò.

«Una cosa, signora Greco. Se scopre che mia figlia… che non c’è più niente da salvare…» La voce gli si spezzò per mezzo secondo. Strinse il labbro tra i denti. Poi tenne. «Me lo dica lo stesso. Chiaro?»

«Chiaro.»

«A chi gh’à paùa du mâ, u no se fa marin.» Un mezzo sorriso. «Chi ha paura del mare non si fa marinaio. Io non ho paura della verità. Ho paura di non saperla.»

Uscì chiudendo piano la porta.

• • •

Valeria restò seduta, la cartellina davanti, il peso della promessa che già le tirava i muscoli delle spalle. Aprì il fascicolo. Il volto di Marta Merello: giovane, sorridente, inconsapevole.

Il gatto saltò sulla scrivania e si acciambellò sopra la foto.

«Spostati», disse Valeria.

Il gatto la guardò con l’espressione di chi valuta una richiesta e la ritiene insufficiente.

Prese la giacca. Controllò la Glock sotto l’ascella. La Beretta era rimasta in Questura il giorno delle dimissioni, restituita insieme al tesserino e a quattro anni di una vita che non riconosceva più come sua. La Glock l’aveva comprata usata a Sampierdarena tre mesi dopo, porto d’armi per difesa personale, denuncia depositata in regola. Della vecchia vita le era rimasto l’addestramento, che non si può restituire.

Greco era rimasto il suo cognome anche durante il matrimonio con Marco Oliveri: collega, un’altra vita fa, marito per quattro anni. La separazione era arrivata senza urla, senza tradimenti, senza un motivo che potesse stare in un atto notarile. Solo la scoperta lenta che certi traumi cambiano le persone in modi che le persone rimaste uguali non sanno abitare. Greco era il cognome paterno, di Francesco; lo stesso che Maria aveva preso sposandolo e che né lei né le figlie avevano mai abbandonato.

Se vuoi trovare un mostro, porta il suo stesso nome.

Uscì nell’aria di Genova. La città la guardava da mille finestre strette, i vicoli che si snodavano come vene di un corpo immenso, pulsanti di segreti sepolti sotto tonnellate di ardesia.

Era martedì mattina, le undici e venti. Matteo era morto da venti mesi. Marta Merello aveva appena chiesto aiuto. E Valeria Greco — ex commissario, investigatrice privata, donna che contava i battiti e mai oltre quattro — entrò nella città verticale per fare l’unica cosa che sapeva fare.

Trovare qualcuno prima che sparisse del tutto.

It was November 25, the train was cutting across the Po Valley, and Valeria was counting. Not the kilometers, not the stations. The heartbeats in her left wrist. Right thumb against the vein, the way Eleonora had taught her. One. Two. Three. Four. Never beyond. Never the fifth beat — she had stopped there on her own, years earlier, in a moment she did not remember, and since then she had found no reason to go on. The fifth was a door that stayed closed.

Milan was receding. Not for the first time: she had already spent nights in Genoa, had already opened an office there, had already left books on a desk that was waiting. But this was the first time she was bringing everything else with her. The train stank of burned coffee and warm plastic, and outside the window the plain slid by, flat and identical to itself, bare fields and warehouses, a low fog that could not decide whether to rise or fall.

The Freccia was almost empty. Tuesday morning, too early for commuters, too late for night travelers. Three rows ahead, a man was sleeping with his mouth open; on the other side of the aisle, an elderly woman held a bag in her lap that she had not opened once since Milan.

Her hands were trembling. Not because of Villa Maffei — that had been thirteen months earlier. They were trembling because of the coffee she had drunk too fast, because of the Glock 19 in the bag at her feet — fifteen-round magazine, empty chamber — and because the last time she had held a weapon had been in front of her mother. Her fingers had not obeyed her. The pistol had slipped from her hand as if she had never known how to hold it. She had never understood why, and she had stopped asking herself the question the way you stop touching a tooth that hurts.

Elena was not on the train. She was not anywhere Valeria knew: every time Valeria had tried to call, voicemail, that flat voice with the little laugh at the end. Four days of silence. Then, last night, a single word. “Come.”

Not silence. Absence. Like turning the key in a lock that has stopped responding.

The train entered a tunnel. Sudden darkness. In the reflection in the glass, her face seemed to belong to someone else, thinner, older, the shadows under her eyes like bruises. Then the tunnel ended and the sea appeared on the horizon, a gray strip separating the sky from nothing.

Genoa.

• • •

Twenty-one months earlier. February. Lambrate.

The last time Valeria had seen Matteo alive had been one evening at the counter of the Cuore, that bar on Via Conte Rosso where they went when they needed to talk without anyone listening — the jukebox so loud you had to shout to be heard, and for that very reason no one heard you.

Matteo had ordered a Negroni, she had ordered a beer.

“I found something.” The words tumbled over one another. He handed her the napkin on which he had drawn a diagram: arrows, circles, arrows curving back on themselves. Valeria tilted it toward the light from the counter. She couldn’t make any sense of it. “Fondazione Ligure per la Neurometria Applicata. Erzelli. Six million in three years, four shell companies. Money that goes in clean and comes out in places where it shouldn’t be going.”

“Who gave you this stuff?”

“I found it on my own.” He looked around, not out of fear but out of habit. The bartender was washing glasses with his back turned. “Matteo, this is the kind of material that gets you killed.”

“I know.” He said it under his breath, without defending himself. “I have a contact at Erzelli. Next week I’m going to Genoa.”

“I’m coming with you.”

“No.”

“Matteo.”

“No.” His voice was steady, allowing no room. He had made up his mind before he came. “If something happens to me, you’re plan B. They can’t take both of us.”

“Plan B for what? I don’t even know what you’re talking about.”

“Better that way.” He lit a cigarette without asking. Took a drag. Then he really looked at her, the way he rarely did. “If I don’t call you by Friday, search, investigate, and don’t believe anyone. Promise.”

“You’re exaggerating.”

“Do it for me.”

Valeria nodded. There was nothing else to say.

Matteo kept video diaries. He had archived hundreds of them, on a private channel accessible to two editors. He believed in recorded words, in voices kept safe on a server. It was the only thing that betrayed him: the obstinacy of documenting everything, even himself.

They said goodbye outside the bar. He gave her a brief, tight hug, with that smell of tobacco and aftershave that Valeria would later search for in every room where he no longer was.

He hadn’t called her on Friday. Three weeks later, two days before the end, the phone had rung. Late at night, hidden number. His voice flat—not frightened, worse: controlled.

“Val. I found something about Dad. About Mom. About Elena. I can’t tell you anything else right now.” A pause. “Promise you won’t give up.”

Nothing else. And Valeria had understood that he wasn’t talking about Erzelli.

Two days later they had found him in an alley in Milan at three in the morning. Three shots, two to the chest, one to the head. The Mobile Squad had closed the case within a few weeks: ambush during an undercover operation, the version handed to the newspapers. Clean, orderly, fileable. Valeria had never accepted it.

She hadn’t gone to the funeral. She had stayed in his apartment and searched. Files, folders, flash drives hidden behind the books. She had found the first one almost by chance, at the bottom of a coffee cup: small, gray, anonymous. That was where it had all begun.

• • •

Ricci had come with two coffees and the look of someone who hadn’t slept. Her old colleague from the Mobile Squad, the Inspector who at Villa Maffei had held his ground when everything had gone up in smoke. He handed her a slip of paper with a number written on it in pen.

“Genoa police headquarters has a contact. His name is Delgado. Inspector with the Mobile Squad.”

“Can I trust him?”

“You can call him. He’s different.”

Valeria studied him. Ricci was standing beside the window, backlit, his face unreadable, his hands still on the edge of the sill.

“How do you know someone at Genoa police headquarters?”

Ricci drank his coffee. “A joint-agency case, seven years ago. Weapons trafficking through the port. We closed it properly. Genoa isn’t as big as it seems—people who work on the lower floors of the justice system end up knowing one another.”

A reasonable answer. Maybe too reasonable. But Valeria had no room for doubts that morning, with the empty boxes on the floor and the train leaving in an hour. She set it aside, one of those things you don’t have time to weigh and don’t throw away.

“Valeria.”

“What?”

“Don’t play the heroic bitch. If things get bad, call. I’ll come. Actually: I’ll take the afternoon Frecciarossa. We’ll see each other in Genoa tonight.”

She left the note on the table and went out. On the threshold she turned, as if to add something. Then she closed the door.

• • •

The train slowed. Genoa Principe appeared: iron, glass, pigeons. The Lanterna stood out in the distance against the gray sky, and the tracks ran parallel to the sea as if they wanted to touch it but didn’t dare.

Valeria got off. The smell hit her first: salt air and diesel, hot tar and old iron. She took a deep breath. Every city has a flavor. Milan tastes of smog and ambition. Genoa tastes of a working sea and of people who don’t waste breath on useless things.

She took the metro to San Giorgio, then climbed back up through the caruggi on foot. Her calves protested at the slope. The shops were opening one after another: a hardware store with its shutters half raised, a fishmonger tipping crushed ice onto a counter, a woman washing her threshold with a bucket and a sorghum broom. Via del Campo. Not the most recommendable place, but strategic — hidden enough to discourage casual visits, central enough to reach any point in the city in twenty minutes on foot. Her office was on the top floor of a tall, narrow building with no elevator, four flights that took your breath away and a security door bought secondhand from a locksmith in Sottoripa.

She opened it after four turns of the key. The familiar smell welcomed her: paper, warm toner, wet slate filtering through walls that had never been waterproofed. The cat — gray, six kilos of furry judgment, its right ear lowered — opened one eye from the windowsill and closed it again. It wasn’t hers, never had been: it came in through the skylight whenever it pleased and left with the same indifference. In Genoa, cats don’t belong to people. They belong to the caruggi.

“I’m back,” Valeria said.

The cat did not answer.

Before sitting down at her desk, she went back down. Four flights. She turned toward Sottoripa. The bakery opened at six and closed when the focaccia ran out, which in Genoa is not a product but a sacrament. Valeria bought a piece the size of an A4 sheet of paper. The woman behind the counter — bricklayer’s arms, the smile of someone who knows she sells the best thing in the world — cut it for her with scissors and tore off a corner for her to taste.

“Where are you from?”

“Milan. But I live here now.”

“Eh.” The oil ran between her fingers, hot, salty. “People who come to Genoa think they’ll stay a month and then they stay forever. It’s the salt: it gets into your bones and never comes out.”

Valeria climbed back up eating, oil on her chin and on her shining fingers. Crisp outside, soft inside, a taste of sea and flour that no other place in the world knew how to replicate. For a moment, just one moment, she didn’t think of Matteo, of Phoenix, of Maria.

She set down her backpack. She looked at the desk: two messages on the answering machine, an open folder, the map of Genoa covered in red marks. Addresses, movements of money, names and connections that Matteo had traced before he died. Every pin was a question. Every felt-tip line a thread that might lead to Phoenix or to a dead end — and in Genoa a dead end was literally an alley: narrow, dark, with only one way out.

Mnemosyne. Ligurian Foundation for Applied Neurometry.

That was why she had chosen Genoa. Not only because of Matteo, but because this labyrinth of caruggi and crêuze, stairways and under-arcades, was made for anyone who had to search without being seen. You could hide in plain sight.

But perhaps no city was large enough to hide from Maria. She had always decided for her — where to live, what to look for, when to move. Even now that she was dead, legally, civilly, Maria kept choosing from somewhere inside.

• • •

The phone rang at two minutes past ten. Not the landline: the cell phone. The number she had given to very few people. Unknown number.

Valeria looked at it without moving, the display lit in the half-dark like an open eye. She answered.

“Greco.”

A female voice. Young. Her breathing broken, uneven.

“Are you Valeria Greco? The investigator?” A broken intake of breath. “They told me you can, that you understand certain things.”

“Who gave you this number?”

Silence. Only a low, steady hum, like an industrial ventilation system.

“I can’t, listen. They’re erasing me. Piece by piece. Not one memory at a time. Whole blocks. Yesterday I couldn’t remember the name of the street where I grew up. This morning I couldn’t remember the color of my mother’s eyes.”

She wasn’t crying. Her voice was shaking, but she wasn’t crying.

“What’s your name?”

“Marta. Marta Merel—”

Footsteps. A door slamming. Her voice dropped to a whisper.

“I have to go. My father will come to you. His name is Italo. Tell him Project Lethe, sub-task B. Tell him—”

A click. Dead line.

Valeria stared at the phone until the display went dark. Marta’s voice didn’t.

She could ignore it. Change cities, start over, disappear — she was good at disappearing. But if she didn’t go, Marta would disappear anyway, and not in the physical sense. Piece by piece, as she had said. Valeria knew exactly what that meant, because she had seen it happen to Elena: eyes open but empty, a body that walks and a person who is no longer there.

She typed into the computer: Marta Merello Genoa.

Five results. The first, a LinkedIn profile. Researcher at FLNA — Fondazione Ligure per la Neurometria Applicata. A woman in her thirties, hair pinned up, a professional smile that didn’t reach her eyes. Last activity: three weeks earlier.

FLNA. The same one Matteo had traced. The same one receiving money from ghost accounts.

V. Greco — Investigations had been opened for this. Not to follow unfaithful husbands or look for runaway cats. For this.

• • •

Two hours later, the desk was a war map: open files, notes, Matteo’s dossier scattered like the pieces of a puzzle. Valeria was connecting the dots when three knocks came at the door. Slow, measured, spaced apart.

She opened it.

A man in his sixties. Thin, with a worn elegance. A blue jacket that had seen better seasons but was clean, a freshly laundered shirt, a tie tightened just right. Gray hair combed back, a thin mustache. He carried with him a smell of salt air and a cardboard folder tied with string — the kind people bought thirty years ago and used until they died. His hands were large, calloused, his nails short. Working hands. Hands that had held ropes for forty years.

“Mrs.… or Miss?”

“Greco is fine.” She gestured him in. “Please.”

The man entered. His gaze stopped on the map with the red marks, then shifted away.

“Italo Merello. Maritime captain for forty years, now a consultant: which means no one pays me anymore, but everyone still asks me for advice. I live in La Spezia, but I’ve known the alleys of Genoa for forty years.” He stopped by the window, his gaze beyond the rooftops. “I saw your name on a flyer at a bar in Sottoripa. In Genoa, one thing is understood: if an office is in these alleys, either it’s cheap or it doesn’t want to be found. Either way, whoever stays here has their reasons.”

“So you have a problem it’s better not to talk about at the bar.”

“Belìn, exactly.” The word slipped out like a punctuation mark. “Sorry for the dialect.”

“I understand just enough of it not to offend anyone. Apart from my landlord, who put a timer on the meter. Electricity after ten p.m. is an extra charge.”

Merello raised an eyebrow. “Then you’re already at home here.”

Before sitting, he shifted the chair exactly three centimeters to the left — an automatic adjustment, without looking at it. Then he set his fingers on the edge of the table: index, middle, ring, in that order, like someone pressing three keys of a code. He did it without noticing. Navigator’s habits, Valeria thought: people who organize the space around them like a command bridge. He laid the folder on the table with the care of someone handling something fragile. He didn’t open it.

He remained silent, his hands clasped in his lap, his gaze fixed on a point between the table and the floor. Valeria left him be. You do not interrupt the silence of a parent searching for the words to talk about a child. You wait.

“My daughter’s name is Marta,” he said at last. “She’s thirty. A researcher in a laboratory at Erzelli. They work on…” He grimaced. “Neuro-something. Electrodes, MRIs, graphs that look like cardiograms. I understand nautical charts, not rainbow maps.”

Erzelli. Valeria felt the small internal click, like when the contact in a switch finally lines up.

“Go on.”

“For three months Marta has been changing. Not the way you change when you’re working too much.” He inhaled. Every word cost him. “She has blanks. She was talking to me at the table, Sunday, pesto like every Sunday, and then, boom, ten minutes of silence. As if she switched off. When she comes back, she remembers nothing. Other times she ends up in places where she has no reason to be. Once they found her in Pegli, at night, standing there staring at the sea. January. No jacket. She didn’t remember how she’d got there.” His hands tightened, his knuckles white. “She’s started waking up with bruises on her arms. As if someone had held them still.”

Valeria’s heart quickened. She knew those symptoms. She knew them from the inside, from Elena’s skin. She did not say it.

“Has she had tests?”

“At San Martino. Test after test. Nothing organic. Stress. Dissociative disorder.” The words came out bitter. “Words that sound good, but meanwhile my daughter isn’t there when she’s there. Do you understand?”

“I understand all too well.”

Merello studied her. The scrutiny of a man who had spent his life reading tides and men.

“They tell me you deal with things that can’t be spoken of. Manipulations. Cut-up memories.”

“I deal with people who have had something taken from them. And with whoever did it.” She drew the folder toward her. “What is the laboratory called?”

“Mnemosyne. Greek name, I think. They’ve taken two floors in a new building up on the hill. Badges, turnstiles, guards. They say they do research on chronic pain. Partnerships with foreign companies.” He leaned forward slightly. “I’ve seen supply contracts with people who have no addresses. Only post-office boxes. And at sea I learned one thing: the ship that doesn’t want to be seen is always the one carrying the worst cargo.”

Valeria opened the folder. Photos of Marta: an open smile, hair messily tied back, the eyes of someone who spends hours in front of screens. Copies of badges, two medical reports, bank statements. Regular salary deposits. And three payments with a description that dug into her chest like a claw. Project Lethe sub-task B.

Lethe. The river of oblivion. The same name she had found in Matteo’s files.

“These bonuses?” she asked quietly.

“She says they’re reimbursements.” Merello shook his head. “I’ve seen plenty of reimbursements in my life, but never at night and never with descriptions that poetic.” He cleared his throat. “There’s more. Three weeks ago Marta called me. Confused. She said to me: Dad, if anything happens, remember this name—Valeria Greco. She’s in Genoa. She understands.” He let the sentence fall back onto the table like a weight. “How did Marta know about you?”

“I don’t know,” Valeria said. “But I’ll find out.”

Someone inside the foundation had passed her name to Marta. A hand in the shadows. Or bait.

“I’ll send you everything today,” Merello said. “Work schedule, colleagues, contracts.” A pause. “And how much do I owe you?”

In Genoa, asking the price right away was not a habit: it was hygiene. Valeria adapted.

“A retainer. The rest only if we get somewhere. And I won’t waste your money pretending. If I see it’s bigger than I am, I’ll tell you.”

“The truth.” The man felt the word as if it were a rare object. He took out his wallet. “I’m not rich. The money I have, I saved by living on dry focaccia and bargaining people down. But if you save my daughter, I’ll even buy you farinata with cheese.”

“In Genoa, that’s considered an outrage.”

“Exactly. That means it’s serious.”

Valeria took the money and counted it: five hundred euros in twenty-euro notes, carefully folded. “I’ll start right away.”

Merello stood up, put his jacket back on, straightened his tie with a gesture that spoke of dignity salvaged with the bare minimum. At the threshold he turned back.

“One thing, Signora Greco. If you find out that my daughter… that there’s nothing left to save…” His voice broke for half a second. He caught his lip between his teeth. Then he held firm. “Tell me anyway. Clear?”

“Clear.”

“A chi gh’à paùa du mâ, u no se fa marin.” A half smile. “If you’re afraid of the sea, you don’t become a sailor. I’m not afraid of the truth. I’m afraid of not knowing it.”

He left, closing the door softly behind him.

• • •

Valeria remained seated, the folder in front of her, the weight of the promise already pulling at the muscles in her shoulders. She opened the file. Marta Merello’s face: young, smiling, unaware.

The cat jumped onto the desk and curled up on top of the photograph.

“Move,” Valeria said.

The cat looked at her with the expression of someone weighing a request and finding it insufficient.

She took her jacket. Checked the Glock under her arm. The Beretta had stayed at police headquarters the day she resigned, handed back along with her badge and four years of a life she no longer recognized as her own. She had bought the Glock secondhand in Sampierdarena three months later, a firearms license for personal defense, the registration filed properly—the one thing from her old life she had not given back. Marco Ferraro: colleague, in another lifetime, husband for four years. The separation had come without shouting, without betrayals, without a reason that could fit into a notarized document. Only the slow discovery that certain traumas change people in ways the people who stayed the same do not know how to live with.

Now she was Greco again. Her father Francesco’s surname. The same one Maria had taken when she married him, and that neither she nor her daughters had ever abandoned.

If you want to find a monster, carry its same name.

She stepped out into the air of Genoa. The city watched her from a thousand narrow windows, the alleys twisting like veins through an immense body, pulsing with secrets buried beneath tons of slate.

It was Tuesday morning, twenty past eleven. Matteo had been dead for twenty months. Marta Merello had just asked for help. And Valeria Greco—former Inspector, private investigator, a woman who counted heartbeats and never past four—entered the vertical city to do the only thing she knew how to do.

Find someone before they disappeared completely.

C’était le 25 novembre, le train fendait la plaine du Pô et Valeria comptait. Pas les kilomètres, pas les gares. Les battements de son cœur dans son poignet gauche. Le pouce droit contre la veine, comme Eleonora le lui avait appris. Un. Deux. Trois. Quatre. Jamais au-delà. Jamais le cinquième battement — elle s’était arrêtée là toute seule, des années plus tôt, à un moment dont elle ne se souvenait pas, et depuis elle n’avait trouvé aucune raison de continuer. Le cinquième était une porte qui restait fermée.

Milan s’éloignait. Pas pour la première fois : à Gênes, elle y avait déjà dormi, elle y avait déjà ouvert un bureau, elle y avait déjà laissé les livres sur un bureau qui attendait. Mais c’était la première fois qu’elle emportait tout le reste. Le train puait le café brûlé et le plastique chaud, et derrière la vitre la plaine défilait, plate et semblable à elle-même, champs nus et hangars, une brume basse qui ne se décidait ni à monter ni à tomber.

Le Freccia était presque vide. Mardi matin, trop tôt pour les pendulaires, trop tard pour les voyageurs de la nuit. Trois rangées plus loin, un homme dormait la bouche ouverte ; de l’autre côté du couloir, une vieille femme tenait sur ses genoux un sac qu’elle n’avait pas ouvert une seule fois depuis Milan.

Ses mains tremblaient. Pas à cause de la Villa Maffei — ça, c’était treize mois plus tôt. Elles tremblaient à cause du café bu trop vite, du Glock 19 dans le sac à ses pieds — chargeur de quinze coups, chambre vide — et parce que la dernière fois qu’elle avait tenu une arme, elle s’était trouvée devant sa mère. Ses doigts ne lui avaient pas obéi. Le pistolet lui avait glissé de la main comme si elle n’avait jamais su le tenir. Elle n’avait jamais compris pourquoi, et elle avait cessé de se le demander comme on cesse de toucher une dent qui fait mal.

Elena n’était pas dans le train. Elle n’était dans aucun endroit que Valeria connaissait : chaque fois qu’elle avait essayé d’appeler, elle était tombée sur le répondeur, cette voix plate avec le petit rire à la fin. Quatre jours de silence. Puis, hier soir, un seul mot. « Viens. »

Pas le silence. L’absence. Comme tourner la clé dans une serrure qui a cessé de répondre.

Le train entra dans un tunnel. Obscurité soudaine. Dans le reflet de la vitre, son visage lui parut être celui d’une autre, plus maigre, plus vieille, les ombres sous les yeux comme des bleus. Puis le tunnel prit fin et la mer apparut à l’horizon, une bande grise qui séparait le ciel du néant.

Gênes.

• • •

Vingt et un mois plus tôt. Février. Lambrate.

La dernière fois que Valeria avait vu Matteo vivant, c’était un soir au comptoir du Cuore, ce bar de la via Conte Rosso où ils allaient quand ils devaient parler sans que personne écoute — le juke-box si fort qu’il fallait crier pour se faire entendre, et précisément pour cela personne ne t’entendait.

Matteo avait commandé un Negroni, elle une bière.

« J’ai trouvé quelque chose. » Les mots se bousculaient. Il lui tendit la serviette sur laquelle il avait dessiné un schéma : des flèches, des cercles, des flèches qui revenaient sur elles-mêmes. Valeria l’inclina vers la lumière du comptoir. Elle n’y comprit rien. « Fondation ligure pour la neurométrie appliquée. Erzelli. Six millions en trois ans, quatre sociétés écrans. De l’argent qui entre propre et ressort dans des endroits où il ne devrait pas aller. »

« Qui t’a donné ces trucs ? »

« Je les ai trouvés tout seul. » Il regarda autour de lui, non par peur, mais par habitude. Le barman lavait des verres, le dos tourné. « Matteo, avec ça, on peut très mal finir. »

« Je sais. » Il le dit à mi-voix, sans se défendre. « J’ai un contact à Erzelli. La semaine prochaine, je vais à Gênes. »

« Je viens avec toi. »

« Non. »

« Matteo. »

« Non. » Sa voix était ferme, sans appel. Il avait décidé avant de venir. « S’il m’arrive quelque chose, c’est toi, le plan B. Ils ne peuvent pas nous prendre tous les deux. »

« Le plan B de quoi ? Je ne sais même pas de quoi tu parles. »

« Tant mieux. » Il alluma une cigarette sans demander. Il tira une bouffée. Puis il la regarda vraiment, comme il le faisait rarement. « Si je ne t’appelle pas d’ici vendredi, cherche, enquête et ne crois personne. Promets-le. »

« Tu exagères. »

« Fais-le pour moi. »

Valeria acquiesça. Il n’y avait rien d’autre à dire.

Matteo faisait ses journaux vidéo. Il en avait archivé des centaines, sur une chaîne privée accessible à deux rédacteurs. Il croyait aux paroles enregistrées, aux voix gardées en sécurité sur un serveur. C’était la seule chose qui le trahissait : son obstination à tout documenter, même lui-même.

Ils se dirent au revoir devant le bar. Il la serra brièvement dans ses bras, avec force, avec cette odeur de tabac et d’après-rasage que Valeria chercherait ensuite dans chaque pièce où il n’était plus.

Il ne l’avait pas appelée le vendredi. Trois semaines plus tard, deux jours avant la fin, le téléphone avait sonné. Tard dans la nuit, numéro masqué. La voix plate — pas effrayée, pire : maîtrisée.

« Val. J’ai trouvé quelque chose sur papa. Sur maman. Sur Elena. Je ne peux rien te dire de plus maintenant. » Une pause. « Promets-moi que tu ne renonceras pas. »

Rien d’autre. Et Valeria avait compris qu’il ne parlait pas d’Erzelli.

Deux jours plus tard, on l’avait retrouvé dans une ruelle de Milan à trois heures du matin. Trois balles, deux dans le thorax, une dans la tête. La Brigade mobile avait bouclé l’affaire en quelques semaines : guet-apens lors d’une opération sous couverture, la version livrée aux journaux. Propre, ordonnée, classable. Valeria ne l’avait jamais acceptée.

Elle n’était pas allée à l’enterrement. Elle était restée dans son appartement à lui et avait cherché. Fichiers, dossiers, clés USB cachées derrière les livres. La première, elle l’avait trouvée presque par hasard, au fond d’une tasse à café : petite, grise, anonyme. Tout avait commencé là.

• • •

Ricci était venu avec deux cafés et l’air de quelqu’un qui n’avait pas dormi. Son ancien collègue de la Brigade mobile, l’inspecteur qui, à la Villa Maffei, avait tenu sa position quand tout était parti en fumée. Il lui tendit un billet avec un numéro écrit à la main.

« La questure de Gênes a un contact. Il s’appelle Delgado. Inspecteur de la Brigade mobile. »

« Je peux lui faire confiance ? »

« Tu peux l’appeler. Il est différent. »

Valeria l’étudia. Ricci se tenait debout près de la fenêtre, à contre-jour, le visage illisible, les mains immobiles sur le rebord.

« Comment tu connais quelqu’un à la questure de Gênes ? »

Ricci but son café. « Une affaire interservices, il y a sept ans. Trafic d’armes depuis le port. On l’a bouclée dans les règles. Gênes n’est pas aussi grande qu’elle en a l’air — ceux qui travaillent dans les étages inférieurs de la justice finissent par se connaître. »

Une réponse raisonnable. Peut-être trop raisonnable. Mais Valeria n’avait pas de place pour les doutes ce matin-là, avec les cartons vides sur le sol et le train qui partait dans une heure. Elle la mit de côté, une de ces choses qu’on n’a pas le temps de peser et qu’on ne jette pas.

« Valeria. »

« Dis-moi. »

« Ne fais pas l’héroïne à la con. Si les choses tournent mal, appelle. J’arrive. En fait : je prends le Frecciarossa de l’après-midi. À Gênes, on se voit ce soir. »

Il laissa le billet sur la table et sortit. Sur le seuil, il se retourna, comme pour ajouter quelque chose. Puis il referma la porte.

• • •

Le train ralentit. Gênes-Principe apparut : fer, verre, pigeons. La Lanterna se découpait au loin sur le ciel gris, et les rails couraient parallèles à la mer comme s’ils voulaient la toucher sans oser.

Valeria descendit. L’odeur la frappa en premier : embruns et gasoil, goudron chaud et vieux fer. Elle inspira profondément. Chaque ville a une saveur. Milan a le goût du smog et de l’ambition. Gênes a le goût de la mer qui travaille et des gens qui ne gaspillent pas leur souffle pour des choses inutiles.

Elle prit le métro jusqu’à San Giorgio, puis remonta à pied les caruggi. Ses mollets protestaient contre la pente. Les boutiques ouvraient les unes après les autres : une quincaillerie aux rideaux de fer à demi levés, un poissonnier qui renversait de la glace pilée sur un étal, une femme qui lavait le seuil avec un seau et un balai de sorgho. Via del Campo. Pas l’endroit le plus recommandable, mais stratégique — assez caché pour décourager les visites fortuites, assez central pour rejoindre n’importe quel point de la ville en vingt minutes à pied. Son bureau se trouvait au dernier étage d’un immeuble haut et étroit, sans ascenseur, quatre volées qui coupaient le souffle et une porte blindée achetée d’occasion à un serrurier de Sottoripa.

Elle ouvrit après quatre tours de clé. L’odeur familière l’accueillit : papier, toner chaud, ardoise mouillée filtrant à travers des murs jamais imperméabilisés. Le chat — gris, six kilos de jugement poilu, l’oreille droite rabattue — ouvrit un œil depuis le rebord de la fenêtre et le referma. Il n’était pas à elle, ne l’avait jamais été : il entrait par la lucarne quand bon lui semblait et repartait avec la même indifférence. À Gênes, les chats n’appartiennent pas aux gens. Ils appartiennent aux caruggi.

« Je suis rentrée », dit Valeria.

Le chat ne répondit pas.

Avant de s’asseoir à son bureau, elle redescendit. Quatre volées. Elle tourna vers Sottoripa. Le fournil ouvrait à six heures et fermait quand la focaccia était finie, ce qui, à Gênes, n’est pas un produit mais un sacrement. Valeria en acheta un morceau grand comme une feuille A4. La femme derrière le comptoir — des bras de maçon, le sourire de quelqu’un qui sait vendre la meilleure chose au monde — le lui coupa avec des ciseaux et en détacha un coin pour qu’elle goûte.

« Vous venez d’où, vous ? »

« De Milan. Mais je suis ici maintenant. »

« Eh. » L’huile lui coulait entre les doigts, chaude, salée. « Ceux qui arrivent à Gênes pensent rester un mois et puis ils restent pour toujours. C’est le sel : il entre dans les os et n’en sort plus. »

Valeria remonta en mangeant, de l’huile sur le menton et sur les doigts luisants. Croustillante à l’extérieur, moelleuse à l’intérieur, une saveur de mer et de farine qu’aucun autre endroit au monde ne savait reproduire. Pendant un instant, rien qu’un instant, elle ne pensa pas à Matteo, à Phoenix, à Maria.

Elle posa son sac à dos. Elle regarda le bureau : deux messages sur le répondeur, une chemise ouverte, la carte de Gênes couverte de marques rouges. Adresses, mouvements d’argent, noms et connexions que Matteo avait tracés avant de mourir. Chaque punaise était une question. Chaque ligne au feutre, un fil qui pouvait mener à Phoenix ou à une impasse — et à Gênes, une impasse était littéralement une ruelle : étroite, sombre, avec une seule façon d’en sortir.

Mnemosyne. Fondation ligure pour la Neurométrie appliquée.

C’était pour cela qu’elle avait choisi Gênes. Pas seulement pour Matteo, mais parce que ce labyrinthe de caruggi et de crêuze, d’escaliers et de passages sous arcades, était fait pour ceux qui doivent chercher sans être vus. On pouvait s’y cacher à découvert.

Mais peut-être qu’aucune ville n’était assez grande pour se cacher de Maria. Elle avait toujours décidé à sa place — où vivre, quoi chercher, quand bouger. Même maintenant qu’elle était morte, légalement, civilement, Maria continuait à choisir depuis quelque part, à l’intérieur.

• • •

Le téléphone sonna à dix heures deux. Pas le fixe : le portable. Le numéro qu’elle avait donné à très peu de personnes. Numéro inconnu.

Valeria le regarda sans bouger, l’écran allumé dans la pénombre comme un œil ouvert. Elle répondit.

« Greco. »

Une voix de femme. Jeune. Le souffle brisé, irrégulier.

« Tu es Valeria Greco ? L’enquêtrice ? » Une inspiration brisée. « On m’a dit que tu pouvais, que tu comprenais certaines choses. »

« Qui t’a donné ce numéro ? »

Silence. Seulement un bourdonnement bas, constant, comme un système de ventilation industriel.

« Je ne peux pas, écoute. Ils sont en train de m’effacer. Morceau par morceau. Pas un souvenir à la fois. Des blocs entiers. Hier, je ne me souvenais plus du nom de la rue où j’ai grandi. Ce matin, je ne me souvenais plus de la couleur des yeux de ma mère. »

Elle ne pleurait pas. Sa voix tremblait, mais elle ne pleurait pas.

« Comment tu t’appelles ? »

« Marta. Marta Merel— »

Des pas. Une porte qui claquait. La voix descendit jusqu’au murmure.

« Je dois y aller. Mon père viendra te voir. Il s’appelle Italo. Dis-lui Projet Léthé, sous-tâche B. Dis-lui— »

Un clic. Ligne morte.

Valeria fixa le téléphone jusqu’à ce que l’écran s’éteigne. Pas la voix de Marta.

Elle pouvait l’ignorer. Changer de ville, recommencer, disparaître — elle était douée pour disparaître. Mais si elle n’y allait pas, Marta disparaîtrait quand même, et pas au sens physique. Morceau par morceau, comme elle l’avait dit. Valeria savait exactement ce que cela signifiait, parce qu’elle l’avait vu arriver à Elena : les yeux ouverts mais vides, un corps qui marche et une personne qui n’est plus là.

Elle tapa sur l’ordinateur : Marta Merello Gênes.

Cinq résultats. Le premier, un profil LinkedIn. Chercheuse à la FLNA — Fondation ligure pour la neurométrie appliquée. Une femme d’une trentaine d’années, les cheveux attachés, un sourire professionnel qui n’atteignait pas les yeux. Dernière activité : trois semaines plus tôt.

FLNA. La même que Matteo avait retracée. La même qui recevait de l’argent de comptes fantômes.

V. Greco — Investigations avait été créée pour ça. Pas pour suivre des maris infidèles ni pour chercher des chats échappés. Pour ça.

• • •

Deux heures plus tard, le bureau était une carte de guerre : fichiers ouverts, notes, le dossier de Matteo éparpillé comme les pièces d’un puzzle. Valeria était en train de relier les points quand trois coups retentirent à la porte. Lents, mesurés, espacés.

Elle ouvrit.

Un homme d’une soixantaine d’années. Maigre, d’une élégance usée. Une veste bleue qui avait connu de meilleures saisons mais qui était propre, une chemise fraîchement sortie du pressing, une cravate serrée juste comme il faut. Cheveux gris peignés en arrière, fine moustache. Il portait avec lui une odeur d’embruns et une chemise cartonnée nouée avec de la ficelle — le genre qu’on achetait il y a trente ans et qu’on utilisait jusqu’à la mort. De grandes mains, calleuses, les ongles courts. Des mains de travailleur. Des mains qui avaient tenu des cordages pendant quarante ans.

« Madame… ou mademoiselle ? »

« Greco ira très bien. » Elle lui fit signe. « Je vous en prie. »

L’homme entra. Son regard s’arrêta sur la carte aux marques rouges, puis s’en détourna.

« Italo Merello. Commandant maritime pendant quarante ans, maintenant consultant : ça veut dire que plus personne ne me paie, mais que tout le monde me demande encore conseil. Je vis à La Spezia, mais les ruelles de Gênes, je les connais depuis quarante ans. » Il s’arrêta près de la fenêtre, le regard au-delà des toits. « J’ai vu votre nom sur un prospectus au bar de Sottoripa. À Gênes, il y a une chose qu’on sait : si un bureau se trouve dans ces ruelles, c’est soit qu’il ne coûte pas cher, soit qu’il ne veut pas être trouvé. Dans tous les cas, celui qui s’y installe a ses raisons. »

« Vous avez donc un problème dont il vaut mieux ne pas parler au bar. »

« Belìn, voilà. » Le mot glissa comme un signe de ponctuation. « Excusez le dialecte. »

« J’en comprends assez pour ne vexer personne. À part mon propriétaire, qui a mis un minuteur au compteur. L’électricité après vingt-deux heures, c’est un supplément. »

Merello haussa un sourcil. « Alors vous êtes déjà chez vous. »

Avant de s’asseoir, il déplaça la chaise de trois centimètres exactement vers la gauche — un ajustement automatique, sans la regarder. Puis il posa les doigts sur le bord de la table : index, majeur, annulaire, dans le même ordre, comme quelqu’un qui appuie sur les trois touches d’un code. Il le fit sans s’en rendre compte. Des habitudes de navigateur, pensa Valeria : des gens qui organisent l’espace autour d’eux comme une passerelle de commandement. Il posa la chemise cartonnée sur la table avec les égards de quelqu’un qui manipule une chose fragile. Il ne l’ouvrit pas.

Il resta silencieux, les mains croisées sur les genoux, le regard fixé sur un point entre la table et le sol. Valeria le laissa tranquille. Le silence d’un parent qui cherche les mots pour parler d’un enfant, ça ne s’interrompt pas. On attend.

« Ma fille s’appelle Marta », dit-il enfin. « Elle a trente ans. Chercheuse dans un laboratoire aux Erzelli. Ils s’occupent de… » Il fit une grimace. « Neuroquelque chose. Des électrodes, des IRM, des graphiques qui ressemblent à des électrocardiogrammes. Moi, je comprends les cartes marines, pas les cartes en arc-en-ciel. »

Erzelli. Valeria sentit le petit déclic intérieur, comme lorsque le contact d’un interrupteur finit enfin par coïncider.

« Continuez. »

« Depuis trois mois, Marta change. Pas comme on change quand on travaille trop. » Il inspira. Chaque mot lui coûtait. « Elle a des absences. Elle était en train de me parler à table, dimanche, du pesto comme tous les dimanches, et puis, paf, dix minutes de silence. Comme si elle s’éteignait. Quand elle revient à elle, elle ne se souvient de rien. D’autres fois, elle finit dans des endroits où elle n’a aucune raison d’être. Une fois, on l’a retrouvée à Pegli, la nuit, immobile à regarder la mer. En janvier. Sans veste. Elle ne se souvenait pas comment elle était arrivée là. » Ses mains se crispèrent, les jointures blanches. « Elle a commencé à se réveiller avec des bleus sur les bras. Comme si quelqu’un les lui avait maintenus immobiles. »

Le cœur de Valeria accéléra. Elle connaissait ces symptômes. Elle les connaissait de l’intérieur, par la peau d’Elena. Elle ne le dit pas.

« Elle a fait des examens ? »

« Au San Martino. Des examens sur des examens. Rien d’organique. Stress. Trouble dissociatif. » Les mots sortirent, amers. « Des mots qui sonnent bien, mais pendant ce temps, ma fille n’est pas là quand elle est là. Vous comprenez ? »

« Je comprends bien trop. »

Merello l’étudia. L’observation d’un homme qui avait passé sa vie à lire les marées et les hommes.

« On me dit que vous vous occupez de choses qu’on ne peut pas dire. Manipulations. Souvenirs découpés. »

« Je m’occupe de personnes à qui l’on a soustrait quelque chose. Et de ceux qui l’ont fait. » Elle tira le dossier vers elle. « Comment s’appelle le laboratoire ? »

« Mnemosyne. Un nom grec, je crois. Ils ont pris deux étages dans un immeuble neuf sur la colline. Badges, tourniquets, gardes. Ils disent faire de la recherche sur la douleur chronique. Des participations avec des entreprises étrangères. » Il se pencha légèrement. « Moi, j’ai vu des contrats de fourniture avec des personnes qui n’ont pas d’adresse. Seulement des boîtes postales. Et en mer, j’ai appris une chose : le navire qui ne veut pas se laisser voir est toujours celui qui transporte la pire cargaison. »

Valeria ouvrit le dossier. Photos de Marta : sourire franc, cheveux mal attachés, les yeux de quelqu’un qui passe des heures devant des écrans. Copies des badges, deux comptes rendus, relevés bancaires. Versements réguliers du salaire. Et trois virements avec un libellé qui s’enfonça dans sa poitrine comme une griffe. Projet Léthé sub-task B.

Léthé. Le fleuve de l’oubli. Le même nom qu’elle avait trouvé dans les fichiers de Matteo.

« Ces primes ? » demanda-t-elle doucement.

« Elle dit que ce sont des remboursements. » Merello secoua la tête. « J’ai vu beaucoup de remboursements dans ma vie, mais jamais de nuit et jamais avec des libellés aussi poétiques. » Il s’éclaircit la voix. « Il y a autre chose. Il y a trois semaines, Marta m’a appelé. Confuse. Elle m’a dit : papa, s’il arrive quelque chose, souviens-toi de ce nom — Valeria Greco. Elle est à Gênes. Elle comprend. » Il laissa la phrase retomber sur la table comme un poids. « Comment Marta pouvait-elle savoir qui vous étiez ? »

« Je n’en sais rien », dit Valeria. « Mais je le découvrirai. »

Quelqu’un, au sein de la fondation, avait transmis son nom à Marta. Une main dans l’ombre. Ou un appât.

« Je vous enverrai tout aujourd’hui », dit Merello. « Planning de travail, collègues, contrats. » Pause. « Et combien est-ce que je vous dois ? »

À Gênes, demander d’emblée le prix n’était pas une habitude : c’était une question d’hygiène. Valeria s’adapta.

« Un acompte. Le reste seulement si nous obtenons quelque chose. Et je ne gaspillerai pas votre argent pour faire semblant. Si je vois que c’est plus grand que moi, je vous le dirai. »

« La vérité. » L’homme tâta le mot comme un objet rare. Il sortit son portefeuille. « Je ne suis pas riche. L’argent que j’ai, je l’ai économisé à coups de focaccia sèche et de négociations au rabais. Mais si vous sauvez ma fille, je vous offre même de la farinata au fromage. »

« À Gênes, c’est considéré comme un outrage. »

« Justement. Ça veut dire que c’est sérieux. »

Valeria prit l’argent et le compta : cinq cents euros en billets de vingt, soigneusement pliés. « Je commence tout de suite. »

Merello se leva, remit sa veste, redressa sa cravate d’un geste qui parlait de dignité sauvée avec le minimum. Sur le seuil, il se retourna.

« Une chose, madame Greco. Si vous découvrez que ma fille… qu’il n’y a plus rien à sauver… » Sa voix se brisa pendant une demi-seconde. Il serra sa lèvre entre ses dents. Puis il tint bon. « Dites-le-moi quand même. C’est clair ? »

« C’est clair. »

« A chi gh’à paùa du mâ, u no se fa marin. » Un demi-sourire. « Qui a peur de la mer ne devient pas marin. Moi, je n’ai pas peur de la vérité. J’ai peur de ne pas la savoir. »

Il sortit en refermant doucement la porte.

• • •

Valeria resta assise, le dossier devant elle, le poids de la promesse lui tirant déjà les muscles des épaules. Elle ouvrit la chemise. Le visage de Marta Merello : jeune, souriante, inconsciente.

Le chat sauta sur le bureau et se roula en boule sur la photo.

« Pousse-toi », dit Valeria.

Le chat la regarda avec l’expression de quelqu’un qui évalue une demande et la juge insuffisante.

Elle prit sa veste. Vérifia la Glock sous son bras. La Beretta était restée à la questure le jour de sa démission, restituée avec sa carte et quatre années d’une vie qu’elle ne reconnaissait plus comme la sienne. La Glock, elle l’avait achetée d’occasion à Sampierdarena trois mois plus tard, permis de port d’arme pour défense personnelle, déclaration déposée en bonne et due forme — la seule chose de son ancienne vie qu’elle n’avait pas rendue. Marco Ferraro : collègue, dans une autre vie, mari pendant quatre ans. La séparation était arrivée sans cris, sans trahisons, sans une raison qui puisse tenir dans un acte notarié. Seulement la lente découverte que certains traumatismes changent les gens d’une manière que ceux qui sont restés les mêmes ne savent pas habiter.

À présent, elle était redevenue Greco. Le nom paternel, celui de Francesco. Le même que Maria avait pris en l’épousant et que ni elle ni ses filles n’avaient jamais abandonné.

Si tu veux trouver un monstre, porte le même nom que lui.

Elle sortit dans l’air de Gênes. La ville la regardait depuis mille fenêtres étroites, les ruelles qui se déroulaient comme les veines d’un corps immense, pulsant de secrets enfouis sous des tonnes d’ardoise.

C’était mardi matin, onze heures vingt. Matteo était mort depuis vingt mois. Marta Merello venait de demander de l’aide. Et Valeria Greco — ex-commissaire, détective privée, femme qui comptait les battements et jamais au-delà de quatre — entra dans la ville verticale pour faire la seule chose qu’elle savait faire.

Trouver quelqu’un avant qu’il disparaisse tout à fait.

Alle sei e venti il forno di Sottoripa aveva già la fila, e Valeria Greco era la terza.

La donna davanti a lei si ventilava con un giornale piegato in quattro. Il caldo di fine agosto stava fermo dentro i portici come acqua in una bacinella, e non se ne sarebbe andato prima di ottobre. Sul banco la focaccia usciva a teglie intere, e il vapore che saliva sapeva di olio e di sale grosso.

«Due etti», disse Valeria.

«Tre», disse la donna del forno, e ne mise tre, come faceva da dieci mesi.

Valeria pagò e non discusse. Aveva smesso di discutere a marzo.

Risalì via del Campo con il pacchetto caldo contro il fianco. A quell'ora i caruggi erano ancora della gente che li puliva: un uomo con la scopa davanti alla saracinesca, una signora che tirava su le persiane con una corda, un gatto fermo in mezzo alla strada che non si spostò. Le insegne erano spente. L'ardesia dei gradini era bagnata anche senza pioggia.

Quattro rampe. Le contava sempre, e sempre nello stesso modo.

Uno. Due. Tre. Quattro.

Poi il pianerottolo, e due porte.

A destra c'era la porta blindata dell'ufficio, quella che aveva comprato usata da un fabbro di Sottoripa e che si chiudeva con quattro mandate e un rumore da cassaforte. Sulla targhetta d'ottone c'era scritto V. GRECO — INVESTIGAZIONI, e sotto, più piccolo, un numero di telefono che squillava poco.

A sinistra c'era l'altra.

Valeria appoggiò l'orecchio al legno prima di infilare la chiave. Era un gesto che faceva da dieci mesi e che non aveva mai raccontato a nessuno.

Dentro c'era silenzio.

Aprì.

•••

La donna senza nome era seduta al tavolo della cucina, con il quaderno già aperto davanti e la penna appoggiata di traverso sulla pagina.

Aveva sempre l'aria di chi ha finito i compiti dieci minuti prima e ha deciso di non dirlo.

«Fa caldo», disse Valeria.

La donna la guardò. Non rispose, perché non rispondeva quasi mai, ma spostò la sedia accanto alla propria di qualche centimetro, e Valeria si sedette lì.

Sul tavolo c'era una tazza usata e lavata, capovolta sullo strofinaccio. Da sei settimane la donna si faceva il caffè da sola. Era stata Eleonora a insegnarle la moka, un pezzo alla volta, dodici mattine di seguito, e la tredicesima mattina la donna aveva preso il barattolo prima che qualcuno glielo indicasse.

Valeria aveva contato le mattine. Le contava tutte.

Aprì il pacchetto e mise la focaccia sul tagliere, e il gatto scese dal lucernario con un tonfo, attraversò il piano di lavoro come se pagasse l'affitto e si sedette all'angolo del tavolo, a guardare.

«Non è per te», disse Valeria.

Il gatto la ignorò. Aveva un orecchio che stava giù da sempre e sei chili di sicurezza di sé.

La donna senza nome tirò a sé il quaderno.

Scrisse.

Aveva imparato in dieci mesi, e in dieci mesi era arrivata a quattro lettere. Le faceva grandi, occupando due righe alla volta, con la penna tenuta un po' troppo in alto. Prima la E, aperta verso destra, che era stata la prima e che nessuno le aveva insegnato. Poi la O. Poi la A. Poi una L che le veniva storta e che rifaceva sempre due volte.

Quattro lettere. Sempre le stesse. Sempre in quell'ordine.

Valeria le guardava e non diceva niente, e ogni volta le veniva in mente la stessa cosa: che con quelle quattro lettere non si scriveva nessun nome.

Poi si accorse della pagina.

Non era quella nuova. Era la stessa di ieri — lo capì dalla piega dell'angolo, e dal segno che la penna aveva lasciato passando due volte sopra la stessa L.

Girò indietro un foglio. Poi un altro.

La stessa pagina. Undici volte.

Le lettere erano lì, identiche, una sopra l'altra come in una fotocopia venuta male, e in cima al foglio l'inchiostro aveva sfondato la carta e passava dall'altra parte.

«Da quanto lo fai?», chiese Valeria.

La donna senza nome la guardò con l'espressione mite e vuota di chi aspetta un voto.

Valeria posò il quaderno.

Lo posò piano, come si posa una cosa che non si vuole rompere, e la mise da parte, e sorrise, e mise la focaccia nel piatto.

Ma il pollice destro le era già andato al polso sinistro, e stava contando.

Uno. Due. Tre. Quattro.

Si fermò, come si fermava sempre.

•••

Eleonora arrivò alle otto, con la borsa di tela e una bottiglia d'acqua ancora fredda di frigorifero, e appoggiò tutto sulla sedia libera prima ancora di dire buongiorno.

«Belìn che caldo», disse. «Scusa il dialetto.»

«Non sei genovese.»

«Da un anno e mezzo lo dico lo stesso.» Si tolse gli occhiali, li pulì con l'orlo della camicia, se li rimise. «Come siamo stamattina?»

«Bene.»

«Bene come?»

«Ha fatto il caffè. Ha scritto.»

Eleonora andò al lavandino, riempì un bicchiere, lo portò alla donna senza nome e glielo mise in mano chiudendole le dita intorno al vetro. Era un gesto che faceva sempre e che a Valeria, i primi mesi, era sembrato eccessivo.

«E il quaderno?», chiese Eleonora.

«Il quaderno è lì.»

Eleonora lo prese, lo aprì, e sfogliò all'indietro senza fretta, una pagina alla volta.

Valeria la guardava.

Guardava le mani, e le mani non ebbero nessuna esitazione: arrivarono all'undicesima pagina uguale, si fermarono un istante, e poi chiusero il quaderno.

«Succede», disse Eleonora.

«Cosa succede.»

«La ripetizione. In riabilitazione è un buon segno, non un cattivo segno. Il gesto si consolida quando si ripete.»

«Undici volte lo stesso foglio.»

«Undici volte lo stesso gesto.» Eleonora rimise il quaderno sul tavolo, allineandolo al bordo. «Vuoi che ti dica una cosa che non ti piacerà?»

«Dimmela.»

«Tu conti tutto. Le mattine, le rampe, i giorni in cui ha riso. Va benissimo, è il tuo modo. Ma stai contando anche i suoi, e i suoi non sono un punteggio.»

Valeria non rispose.

Il gatto si alzò, fece due passi sul tavolo e si sedette esattamente sul quaderno.

«Alle undici ho lo studio», disse Eleonora. «Torno alle sei. Se esci, lascia il telefono acceso.»

«Lo lascio sempre acceso.»

«Non è vero.»

Se ne andò con la bottiglia d'acqua ancora piena.

Valeria restò ferma dov'era, con le mani sul tavolo, e per un momento nella stanza ci fu soltanto il rumore della città che si apriva sotto, e il respiro della donna senza nome che mangiava la focaccia a pezzi piccoli, con la crosta lasciata da parte.

Poi Valeria si alzò, attraversò il pianerottolo e aprì l'altra porta.

•••

L'ufficio sapeva di carta e di toner caldo, e sotto, sempre, di ardesia bagnata. C'erano muri che non erano mai stati impermeabilizzati e che a fine agosto sudavano lo stesso.

Sulla scrivania c'erano tre cose.

Un fascicolo per una signora di Quarto che voleva sapere dove andava suo marito il giovedì pomeriggio. Un fascicolo per un'agenzia immobiliare che voleva sapere chi aveva scritto sulle porte. E una scatola da scarpe.

Valeria si occupò della signora di Quarto per un'ora e mezza. Il marito andava a un corso di ballo e si vergognava. Scrisse la relazione in undici righe, allegò due fotografie, calcolò l'onorario e lo abbassò di cinquanta euro.

Poi guardò la scatola da scarpe.

La scatola era arrivata a maggio, e sopra c'era scritto POSTA con un pennarello che aveva già cominciato a sbiadire. Dentro c'erano centoquaranta lettere, forse più. Non le aveva contate — ed era l'unica cosa in quella stanza che non avesse contato.

Arrivavano da quando Fossati aveva cominciato a mandare in onda i nomi.

Erano tutte uguali e tutte diverse. Mio figlio è nella lista al numero 604. Ho trovato mia sorella. È al 1912. È viva e non mi riconosce, e voi che ci fate con questi numeri? Gentile dottoressa Greco, io sono il 2731, cosa devo fare adesso.

Ne aveva risposte quaranta, nei primi due mesi. Poi aveva smesso, perché non c'era una risposta, e perché scrivere non lo so centoquaranta volte le era sembrato peggio del silenzio.

Ne prese una dal mucchio, come faceva certe mattine, senza scegliere.

Carta a quadretti, strappata da un quaderno ad anelli. Grafia grande, con la matita.

Gentile signora,

mio marito è il numero 1140. Gliel'ho detto a giugno perché me l'aveva chiesto lui e perché la lista è pubblica e me la sono trovata sul telefono di nostra figlia. Adesso lui non dorme e vuole sapere il resto. Dice che se c'è un numero c'è anche il resto. Io gli ho detto che il resto non c'è, ma lui dice che una cosa che ha un numero da qualche parte è scritta.

Volevo chiederle se ho fatto bene.

Non c'è bisogno che mi risponda.

Era firmata con un nome e un paese dell'entroterra, e sotto c'era un numero di telefono scritto due volte, la seconda volta più grande, in caso la prima non si leggesse.

Valeria la rimise nella scatola, nello stesso punto da cui l'aveva presa.

Poi la spinse sotto la scrivania con il piede, come faceva ogni volta.

Il telefono squillò alle undici e dieci.

«Sono sotto», disse una voce d'uomo. «Quarto piano, ha detto? Belìn, quattro rampe.»

Valeria impiegò due secondi a collocarla.

«Comandante.»

«Merello», disse lui, come se ci fosse bisogno. «Le rubo venti minuti.»

•••

Italo Merello ci mise quasi cinque minuti a salire, e quando entrò non ansimava.

Aveva la stessa giacca blu di dieci mesi prima, i baffi sottili tagliati corti, i capelli grigi pettinati indietro. Era più magro. Si guardò intorno una volta sola — porta, finestra, lucernario, in quest'ordine — e poi si sedette, e spostò la sedia di tre centimetri esatti.

«Sua figlia?», chiese Valeria.

«Bene.» Appoggiò indice, medio e anulare al bordo del tavolo, come chi preme tre tasti di un codice. «Scrive. Non sempre cose che capisco.»

«Le capisce lei?»

«Sì.»

«Allora vanno bene.»

Merello sorrise di un millimetro e non lo lasciò durare.

Valeria mise su l'acqua per il caffè e lo lasciò arrivare da solo dove doveva arrivare. Era genovese e comandante di lungo corso, e nessuna delle due cose andava di fretta.

«Sono partito ieri mattina», disse lui alla fine. «Alle sei e dodici. Il regionale delle sei e dodici da La Spezia, che è quello che prendevo quando andavo in cantiere.»

«E?»

«E l'ho preso senza aver deciso di prenderlo.»

Valeria posò la moka sul fornello e non si voltò.

«Mi spiego», disse Merello. «Non mi sono svegliato e ho detto: vado a Genova. Mi sono svegliato, ho fatto il caffè, ho letto una cosa, mi sono vestito, ho comprato il biglietto e sono salito. Poi ero a Sestri Levante e mi sono chiesto dove stavo andando.»

«Cosa ha letto.»

Merello si tolse gli occhiali dal taschino, se li mise, e li rimise via, tutto senza usarli.

«Il blocco del ventisei», disse. «Quello che pubblica il suo amico giornalista. Duecento e passa nomi. C'era un cognome della zona di Lerici che conosco da quarant'anni. Non il cognome di mia figlia. Uno che le stava intorno.»

«E lei è salito su un treno.»

«Io sono salito su un treno.» Le mani gli si aprirono sul tavolo, grandi, callose, ferme. «Commissario—»

«Non sono commissario.»

«Lo so cos'è. Le sto dando il grado che le do io.» Aspettò. «Nella mia scheda c'era scritto agosto. L'ha letta anche lei, quella riga. Prossimo orientamento: agosto.»

«Sì.»

«Ecco. È agosto.»

Il caffè salì, e Valeria lo tolse dal fuoco un attimo prima che sputasse, e riempì due tazzine, e ne mise una davanti a lui.

«Le hanno dato qualcosa?», chiese.

«No.»

«Ne è sicuro?»

«Sono sicuro di questo: che nessuno mi ha toccato, che nessuno mi ha parlato, che nessuno mi ha messo niente nel caffè.» Alzò la tazzina e non bevve. «Sono sicuro anche di un'altra cosa, e mi costa più fatica. Che quel biglietto l'ho comprato io. Non me l'hanno fatto comprare. Me l'hanno fatto venire in mente, e il resto l'ho fatto tutto da solo, e l'avrei rifatto uguale, e se lei adesso mi dice di tornare a casa io non ci torno.»

Bevve.

«A chi gh'à paùa du mâ, u no se fa marin», disse. «Chi ha paura del mare non fa il marinaio. Io non ho paura di essere usato. Ho paura di essere l'unico a non accorgersene.»

Valeria appoggiò la schiena alla sedia.

Fuori, sotto, qualcuno stava scaricando cassette di frutta, e il rumore saliva per il vicolo come se fosse in stanza.

«C'è dell'altro», disse.

Non era una domanda.

Merello si portò la mano alla tasca interna della giacca e ci mise il tempo che ci mette un uomo di sessant'anni a tirare fuori una busta, e la posò sul tavolo, e la spinse verso di lei di tre centimetri esatti.

«Questa me l'hanno data domenica scorsa a Chiavari», disse. «C'era un incontro. Le famiglie. Ci vado da aprile.»

«Che incontro.»

«Il Comitato. Le persone che stanno nelle liste, e quelli come me che ci stanno per rimbalzo.» Fece un gesto vago. «Si beve il caffè, si parla, uno legge qualcosa ad alta voce. Domenica una signora ha letto questo.»

Valeria non toccò la busta.

«E che cos'è.»

«Loro lo chiamano il libro», disse Merello. «Girano fotocopie. Un fascicolo alla volta, non in ordine. Dicono che è la confessione di quella donna.» Si fermò. «Della sua signora madre.»

Il rumore delle cassette si fermò di colpo, e il vicolo restò zitto.

«E la gente lo legge», disse Valeria.

«La gente lo impara, commissario. C'è chi si è portato il quaderno per copiarselo.» Merello posò la tazzina vuota e la girò sul piattino, come si fa in mare con una cosa che non deve scivolare. «Io l'ho letto due volte. La prima ho pensato che era una vecchia che si giustifica. La seconda—»

Si fermò di nuovo.

«La seconda?»

«La seconda ho pensato che non si giustifica per niente. Che spiega.»

Valeria allungò la mano e aprì la busta.

Dentro c'erano nove fogli, fotocopiati storti, con il bordo nero dove la macchina aveva preso male. La grafia era piccola e regolare, senza una sbavatura, righe fitte che non uscivano mai dal margine.

Non lesse le parole. Non subito.

Guardò le lettere.

Guardò la e che si chiudeva sempre a metà, e i numeri scritti con la barretta sul sette, e il modo in cui la penna, alla fine di ogni riga, si sollevava un attimo prima di scendere a capo, e lasciava un puntino di inchiostro blu scuro come una firma che nessuno aveva chiesto.

Aveva già visto quella grafia due volte.

Una su un biglietto lasciato sotto il cuscino di un uomo tenuto in un bunker per otto mesi.

L'altra su un pacco anonimo che diceva: pubblica tutto.

Merello la stava guardando.

«La conosce», disse.

Valeria mise i fogli in ordine, li allineò battendoli sul tavolo, e non rispose.

Fuori, il vicolo aveva ricominciato a scaricare.

Dall'altra parte del pianerottolo, oltre due porte e sette metri di aria calda, una donna che non aveva un nome stava scrivendo per l'undicesima volta la stessa pagina.

E a Nizza, in una stanza con la finestra alta, qualcuno scriveva da dieci mesi senza mai saltare un giorno.

At twenty past six the bakery in Sottoripa already had a queue, and Valeria Greco was third in it.

The woman in front of her was fanning herself with a newspaper folded in four. The end-of-August heat sat still under the arcades like water in a basin, and it would not be leaving before October. Focaccia came out onto the counter in whole trays, and the steam rising off it smelled of oil and coarse salt.

"Two hundred grams," Valeria said.

"Three," said the woman behind the counter, and gave her three hundred, as she had been doing for ten months.

Valeria paid and didn't argue. She had stopped arguing in March.

She went back up Via del Campo with the warm parcel against her side. At that hour the caruggi still belonged to the people who cleaned them: a man with a broom in front of a shutter, a woman hauling up her blinds on a cord, a cat sitting in the middle of the street that did not move. The signs were switched off. The slate of the steps was wet even without rain.

Four flights. She always counted them, and always the same way.

One. Two. Three. Four.

Then the landing, and two doors.

On the right was the reinforced door of the office, the one she had bought second-hand from a smith in Sottoripa, which locked with four turns and a sound like a safe. On the brass plate it said V. GRECO — INVESTIGATIONS, and beneath it, smaller, a telephone number that did not ring often.

On the left was the other one.

Valeria put her ear to the wood before fitting the key. It was a gesture she had been making for ten months and had never told anyone about.

Inside there was silence.

She opened the door.

•••

The nameless woman was sitting at the kitchen table, the notebook already open in front of her, the pen laid crosswise on the page.

She always had the look of someone who finished their homework ten minutes ago and has decided not to mention it.

"It's hot," Valeria said.

The woman looked at her. She didn't answer, because she almost never answered, but she shifted her chair a few centimetres away from her own, and Valeria sat down there.

On the table there was a cup, used and washed, upside down on the tea towel. For six weeks now the woman had been making her own coffee. Eleonora had taught her the moka pot, one piece at a time, twelve mornings in a row, and on the thirteenth morning the woman had reached for the coffee tin before anyone pointed at it.

Valeria had counted the mornings. She counted all of them.

She opened the parcel and put the focaccia on the board, and the cat came down from the skylight with a thud, crossed the worktop as though it were paying rent, and sat at the corner of the table to watch.

"It's not for you," Valeria said.

The cat ignored her. It had one ear that had been down for as long as anyone could remember and six kilos of self-assurance.

The nameless woman pulled the notebook towards her.

She wrote.

She had learned in ten months, and in ten months she had got as far as four letters. She made them large, taking up two lines at a time, holding the pen a little too high. First the E, opening to the right, which had been the first and which nobody had taught her. Then the O. Then the A. Then an L that came out crooked and that she always did twice.

Four letters. Always the same ones. Always in that order.

Valeria watched her and said nothing, and every time the same thought came to her: that those four letters did not spell anybody's name.

Then she noticed the page.

It wasn't the new one. It was yesterday's — she could tell from the fold in the corner, and from the mark the pen had left going twice over the same L.

She turned back one sheet. Then another.

The same page. Eleven times.

The letters were there, identical, one on top of the other like a bad photocopy, and at the top of the sheet the ink had gone through the paper and come out the other side.

"How long have you been doing this?" Valeria asked.

The nameless woman looked at her with the mild, empty expression of someone waiting to be marked.

Valeria put the notebook down.

She put it down gently, the way you put down something you don't want to break, and she moved it aside, and she smiled, and she put the focaccia on the plate.

But her right thumb had already gone to her left wrist, and it was counting.

One. Two. Three. Four.

She stopped, the way she always stopped.

•••

Eleonora arrived at eight, with her canvas bag and a bottle of water still cold from the fridge, and put everything down on the free chair before she even said good morning.

"Belìn, this heat," she said. "Sorry about the dialect."

"You're not Genoese."

"I've been saying it for a year and a half anyway." She took off her glasses, cleaned them on the hem of her shirt, put them back on. "How are we this morning?"

"Good."

"Good how?"

"She made the coffee. She wrote."

Eleonora went to the sink, filled a glass, carried it over to the nameless woman and put it in her hand, closing her fingers around the glass. It was a gesture she always made and which, in the first months, had struck Valeria as excessive.

"And the notebook?" Eleonora asked.

"The notebook's there."

Eleonora picked it up, opened it, and leafed backwards without hurrying, one page at a time.

Valeria watched her.

She watched the hands, and the hands did not hesitate once: they reached the eleventh identical page, paused for an instant, and then closed the notebook.

"It happens," Eleonora said.

"What happens."

"Repetition. In rehabilitation it's a good sign, not a bad one. A movement consolidates when it's repeated."

"Eleven times the same page."

"Eleven times the same movement." Eleonora put the notebook back on the table, squaring it to the edge. "Do you want me to tell you something you won't like?"

"Tell me."

"You count everything. The mornings, the flights of stairs, the days she laughed. That's fine, it's how you work. But you're counting hers too, and hers aren't a score."

Valeria didn't answer.

The cat got up, took two steps across the table and sat down precisely on the notebook.

"I've got the practice at eleven," Eleonora said. "I'll be back at six. If you go out, keep your phone on."

"I always keep it on."

"That isn't true."

She left with the water bottle still full.

Valeria stayed where she was, hands on the table, and for a moment there was nothing in the room but the sound of the city opening up below, and the breathing of the nameless woman eating the focaccia in small pieces, leaving the crust to one side.

Then Valeria got up, crossed the landing and opened the other door.

•••

The office smelled of paper and hot toner, and underneath, always, of wet slate. There were walls in there that had never been damp-proofed and that sweated anyway at the end of August.

There were three things on the desk.

A file for a woman from Quarto who wanted to know where her husband went on Thursday afternoons. A file for an estate agency that wanted to know who had been writing on the doors. And a shoebox.

Valeria dealt with the woman from Quarto for an hour and a half. The husband went to a dance class and was embarrassed about it. She wrote the report in eleven lines, attached two photographs, worked out her fee and knocked fifty euros off it.

Then she looked at the shoebox.

The box had arrived in May, and on the lid somebody had written POST with a marker that had already started to fade. Inside there were a hundred and forty letters, maybe more. She had not counted them — and it was the only thing in that room she had not counted.

They had been coming since Fossati started putting the names on air.

They were all the same and all different. My son is on the list, number 604. I found my sister. She's number 1912. She's alive and she doesn't recognise me, and what are you people doing with these numbers? Dear Ms Greco, I am 2731, what am I supposed to do now.

She had answered forty of them, in the first two months. Then she had stopped, because there was no answer, and because writing I don't know a hundred and forty times had seemed to her worse than silence.

She took one off the pile, the way she did some mornings, without choosing.

Squared paper, torn out of a ring binder. Large handwriting, in pencil.

Dear madam,

my husband is number 1140. I told him in June because he asked me to and because the list is public and I found it on our daughter's phone. Now he doesn't sleep and he wants to know the rest. He says if there's a number then there's a rest as well. I told him there is no rest, but he says that something with a number on it is written down somewhere.

I wanted to ask you whether I did the right thing.

There's no need to write back.

It was signed with a name and a village in the hinterland, and underneath there was a telephone number written twice, the second time larger, in case the first couldn't be read.

Valeria put it back in the box, in the same place she had taken it from.

Then she pushed the box under the desk with her foot, the way she did every time.

The phone rang at ten past eleven.

"I'm downstairs," a man's voice said. "Fourth floor, you said? Belìn, four flights."

It took Valeria two seconds to place it.

"Captain."

"Merello," he said, as if that were necessary. "I'll steal twenty minutes."

•••

Italo Merello took almost five minutes to climb the stairs, and when he came in he wasn't out of breath.

He had the same blue jacket as ten months ago, the thin moustache trimmed short, the grey hair combed back. He was thinner. He looked around once only — door, window, skylight, in that order — and then sat down, and moved the chair exactly three centimetres.

"Your daughter?" Valeria asked.

"Well." He rested his index, middle and ring fingers on the edge of the table, like a man pressing three keys of a code. "She writes. Not always things I understand."

"Does she understand them?"

"Yes."

"Then they're fine."

Merello smiled by a millimetre and did not let it last.

Valeria put the water on for coffee and let him get where he was going on his own. He was Genoese and a master mariner, and neither of those things is in a hurry.

"I left yesterday morning," he said finally. "At six twelve. The six twelve local out of La Spezia, which is the one I used to take when I went to the yard."

"And?"

"And I got on it without having decided to get on it."

Valeria set the moka on the burner and didn't turn round.

"Let me be clear," Merello said. "I didn't wake up and say: I'm going to Genoa. I woke up, I made coffee, I read something, I got dressed, I bought a ticket and I got on. Then I was at Sestri Levante and I asked myself where I was going."

"What did you read."

Merello took his glasses out of his breast pocket, put them on, and put them away again, all without using them.

"The batch from the twenty-sixth," he said. "The one that journalist friend of yours publishes. Two hundred-odd names. There was a surname from around Lerici I've known for forty years. Not my daughter's surname. One of the ones around her."

"And you got on a train."

"I got on a train." His hands opened on the table, big, calloused, steady. "Inspector—"

"I'm not an inspector."

"I know what you are. I'm giving you the rank I give you." He waited. "My file said August. You read that line too. Next orientation: August."

"Yes."

"There you are. It's August."

The coffee came up, and Valeria took it off the heat a moment before it spat, and filled two cups, and set one down in front of him.

"Did they give you anything?" she asked.

"No."

"Are you sure?"

"I'm sure of this: that nobody touched me, that nobody spoke to me, that nobody put anything in my coffee." He raised the cup and didn't drink. "I'm sure of one other thing too, and it costs me more. That I bought that ticket myself. They didn't make me buy it. They made it occur to me, and I did the rest on my own, and I'd do it the same way again, and if you tell me now to go home, I'm not going home."

He drank.

"A chi gh'à paùa du mâ, u no se fa marin," he said. "A man who's afraid of the sea doesn't become a sailor. I'm not afraid of being used. I'm afraid of being the only one who doesn't notice."

Valeria leaned back in her chair.

Outside, below, someone was unloading crates of fruit, and the noise came up the alley as if it were in the room.

"There's more," she said.

It wasn't a question.

Merello brought his hand to the inside pocket of his jacket and took the time a man of sixty takes to get out an envelope, and laid it on the table, and pushed it towards her exactly three centimetres.

"They gave me this last Sunday, at Chiavari," he said. "There was a meeting. The families. I've been going since April."

"What meeting."

"The Committee. The people who are on the lists, and the ones like me who are on them by ricochet." He made a vague gesture. "You drink coffee, you talk, someone reads something out loud. On Sunday a woman read this."

Valeria didn't touch the envelope.

"And what is it."

"They call it the book," Merello said. "Photocopies going round. One section at a time, not in order. They say it's that woman's confession." He stopped. "Your mother's."

The noise of the crates stopped dead, and the alley went quiet.

"And people read it," Valeria said.

"People learn it, Inspector. There are some who bring a notebook to copy it out." Merello set the empty cup down and turned it on its saucer, the way you do at sea with something that mustn't slide. "I read it twice. The first time I thought it was an old woman making excuses. The second—"

He stopped again.

"The second?"

"The second time I thought she isn't making excuses at all. That she's explaining."

Valeria reached out and opened the envelope.

Inside there were nine sheets, photocopied crooked, with a black edge where the machine had caught them badly. The handwriting was small and regular, without a single smudge, tight lines that never ran past the margin.

She didn't read the words. Not straight away.

She looked at the letters.

She looked at the e that always closed halfway, and the numbers written with a bar through the seven, and the way the pen, at the end of every line, lifted for an instant before dropping to the next, leaving a dot of dark blue ink like a signature nobody had asked for.

She had seen that handwriting twice before.

Once on a note left under the pillow of a man kept in a bunker for eight months.

The other on an anonymous parcel that said: publish everything.

Merello was watching her.

"You know it," he said.

Valeria put the sheets in order, squared them by tapping them on the table, and did not answer.

Outside, the alley had started unloading again.

On the other side of the landing, beyond two doors and seven metres of hot air, a woman who did not have a name was writing the same page for the eleventh time.

And in Nice, in a room with a high window, someone had been writing for ten months without ever missing a day.

À six heures vingt, le four de Sottoripa avait déjà la queue, et Valeria Greco était la troisième.

La femme devant elle s'éventait avec un journal plié en quatre. La chaleur de fin août stagnait sous les arcades comme de l'eau dans une bassine, et elle ne partirait pas avant octobre. Sur le comptoir, la focaccia sortait par plaques entières, et la vapeur qui montait sentait l'huile et le gros sel.

« Deux cents grammes », dit Valeria.

« Trois cents », dit la femme du four, et elle en mit trois cents, comme elle le faisait depuis dix mois.

Valeria paya et ne discuta pas. Elle avait arrêté de discuter en mars.

Elle remonta la via del Campo, le paquet chaud contre la hanche. À cette heure-là, les caruggi appartenaient encore à ceux qui les nettoyaient : un homme avec un balai devant un rideau de fer, une dame qui remontait ses persiennes à la corde, un chat immobile au milieu de la rue qui ne bougea pas. Les enseignes étaient éteintes. L'ardoise des marches était mouillée même sans pluie.

Quatre volées. Elle les comptait toujours, et toujours de la même façon.

Une. Deux. Trois. Quatre.

Puis le palier, et deux portes.

À droite, la porte blindée du bureau, celle qu'elle avait achetée d'occasion à un serrurier de Sottoripa et qui se fermait à quatre tours avec un bruit de coffre-fort. Sur la plaque de laiton il y avait écrit V. GRECO — ENQUÊTES, et dessous, plus petit, un numéro de téléphone qui sonnait peu.

À gauche, l'autre.

Valeria colla l'oreille au bois avant d'enfiler la clé. C'était un geste qu'elle faisait depuis dix mois et dont elle n'avait jamais parlé à personne.

Dedans, le silence.

Elle ouvrit.

•••

La femme sans nom était assise à la table de la cuisine, le cahier déjà ouvert devant elle, le stylo posé en travers de la page.

Elle avait toujours l'air de quelqu'un qui a fini ses devoirs dix minutes plus tôt et qui a décidé de ne pas le dire.

« Il fait chaud », dit Valeria.

La femme la regarda. Elle ne répondit pas, parce qu'elle ne répondait presque jamais, mais elle écarta sa chaise de quelques centimètres, et Valeria s'assit là.

Sur la table il y avait une tasse, utilisée et lavée, retournée sur le torchon. Depuis six semaines, la femme se faisait le café toute seule. C'était Eleonora qui lui avait appris la cafetière italienne, une pièce à la fois, douze matins de suite, et le treizième matin la femme avait pris la boîte de café avant que quiconque la lui indique.

Valeria avait compté les matins. Elle les comptait tous.

Elle ouvrit le paquet et posa la focaccia sur la planche, et le chat descendit de la verrière avec un bruit sourd, traversa le plan de travail comme s'il payait un loyer et s'assit au coin de la table, pour regarder.

« Ce n'est pas pour toi », dit Valeria.

Le chat l'ignora. Il avait une oreille tombante depuis toujours et six kilos d'assurance.

La femme sans nom tira le cahier vers elle.

Elle écrivit.

Elle avait appris en dix mois, et en dix mois elle en était arrivée à quatre lettres. Elle les faisait grandes, occupant deux lignes à la fois, le stylo tenu un peu trop haut. D'abord le E, ouvert vers la droite, qui avait été le premier et que personne ne lui avait appris. Puis le O. Puis le A. Puis un L qui lui venait de travers et qu'elle refaisait toujours deux fois.

Quatre lettres. Toujours les mêmes. Toujours dans cet ordre.

Valeria les regardait et ne disait rien, et chaque fois la même chose lui venait à l'esprit : qu'avec ces quatre lettres on n'écrivait le nom de personne.

Puis elle remarqua la page.

Ce n'était pas la nouvelle. C'était celle de la veille — elle le comprit au pli du coin, et à la marque que le stylo avait laissée en repassant deux fois sur le même L.

Elle revint en arrière d'un feuillet. Puis d'un autre.

La même page. Onze fois.

Les lettres étaient là, identiques, l'une sur l'autre comme dans une photocopie ratée, et en haut du feuillet l'encre avait crevé le papier et traversait de l'autre côté.

« Depuis quand tu fais ça ? » demanda Valeria.

La femme sans nom la regarda avec l'expression douce et vide de quelqu'un qui attend une note.

Valeria posa le cahier.

Elle le posa doucement, comme on pose une chose qu'on ne veut pas casser, et elle le mit de côté, et elle sourit, et elle mit la focaccia dans l'assiette.

Mais son pouce droit était déjà allé à son poignet gauche, et il comptait.

Un. Deux. Trois. Quatre.

Elle s'arrêta, comme elle s'arrêtait toujours.

•••

Eleonora arriva à huit heures, avec son sac en toile et une bouteille d'eau encore froide du frigo, et posa tout sur la chaise libre avant même de dire bonjour.

« Belìn, quelle chaleur », dit-elle. « Excuse le dialecte. »

« Tu n'es pas génoise. »

« Ça fait un an et demi que je le dis quand même. » Elle enleva ses lunettes, les nettoya avec le bord de sa chemise, les remit. « Comment on va, ce matin ? »

« Bien. »

« Bien comment ? »

« Elle a fait le café. Elle a écrit. »

Eleonora alla à l'évier, remplit un verre, l'apporta à la femme sans nom et le lui mit dans la main en refermant ses doigts autour du verre. C'était un geste qu'elle faisait toujours et qui, les premiers mois, avait paru excessif à Valeria.

« Et le cahier ? » demanda Eleonora.

« Le cahier est là. »

Eleonora le prit, l'ouvrit, et le feuilleta à rebours sans se presser, une page à la fois.

Valeria la regardait.

Elle regardait les mains, et les mains n'eurent aucune hésitation : elles arrivèrent à la onzième page identique, s'arrêtèrent un instant, puis refermèrent le cahier.

« Ça arrive », dit Eleonora.

« Qu'est-ce qui arrive. »

« La répétition. En rééducation c'est bon signe, pas mauvais signe. Le geste se consolide quand il se répète. »

« Onze fois la même page. »

« Onze fois le même geste. » Eleonora reposa le cahier sur la table, en l'alignant sur le bord. « Tu veux que je te dise une chose qui ne va pas te plaire ? »

« Dis-la. »

« Tu comptes tout. Les matins, les volées d'escalier, les jours où elle a ri. C'est très bien, c'est ta façon de faire. Mais tu comptes aussi les siens, et les siens ne sont pas un score. »

Valeria ne répondit pas.

Le chat se leva, fit deux pas sur la table et s'assit exactement sur le cahier.

« À onze heures j'ai le cabinet », dit Eleonora. « Je reviens à six heures. Si tu sors, laisse ton téléphone allumé. »

« Je le laisse toujours allumé. »

« C'est faux. »

Elle repartit avec la bouteille d'eau encore pleine.

Valeria resta où elle était, les mains sur la table, et pendant un moment il n'y eut dans la pièce que le bruit de la ville qui s'ouvrait en dessous, et le souffle de la femme sans nom qui mangeait la focaccia par petits morceaux, la croûte laissée de côté.

Puis Valeria se leva, traversa le palier et ouvrit l'autre porte.

•••

Le bureau sentait le papier et le toner chaud, et dessous, toujours, l'ardoise mouillée. Il y avait des murs qui n'avaient jamais été isolés et qui suaient quand même fin août.

Il y avait trois choses sur le bureau.

Un dossier pour une dame de Quarto qui voulait savoir où allait son mari le jeudi après-midi. Un dossier pour une agence immobilière qui voulait savoir qui avait écrit sur les portes. Et une boîte à chaussures.

Valeria s'occupa de la dame de Quarto pendant une heure et demie. Le mari allait à un cours de danse et il en avait honte. Elle rédigea le rapport en onze lignes, joignit deux photographies, calcula ses honoraires et les baissa de cinquante euros.

Puis elle regarda la boîte à chaussures.

La boîte était arrivée en mai, et dessus il y avait écrit COURRIER au feutre, un feutre qui avait déjà commencé à pâlir. Dedans il y avait cent quarante lettres, peut-être plus. Elle ne les avait pas comptées — et c'était la seule chose dans cette pièce qu'elle n'avait pas comptée.

Elles arrivaient depuis que Fossati avait commencé à passer les noms à l'antenne.

Elles étaient toutes pareilles et toutes différentes. Mon fils est sur la liste au numéro 604. J'ai retrouvé ma sœur. Elle est au 1912. Elle est vivante et elle ne me reconnaît pas, et vous, qu'est-ce que vous faites avec ces numéros ? Chère madame Greco, je suis le 2731, qu'est-ce que je dois faire maintenant.

Elle en avait répondu quarante, les deux premiers mois. Puis elle avait arrêté, parce qu'il n'y avait pas de réponse, et parce qu'écrire je ne sais pas cent quarante fois lui avait paru pire que le silence.

Elle en prit une dans le tas, comme elle le faisait certains matins, sans choisir.

Papier quadrillé, arraché d'un cahier à anneaux. Grande écriture, au crayon.

Madame,

mon mari est le numéro 1140. Je le lui ai dit en juin parce qu'il me l'avait demandé et parce que la liste est publique et que je l'ai trouvée sur le téléphone de notre fille. Maintenant il ne dort plus et il veut savoir le reste. Il dit que s'il y a un numéro, il y a aussi le reste. Je lui ai dit que le reste n'existe pas, mais il dit qu'une chose qui a un numéro est écrite quelque part.

Je voulais vous demander si j'ai bien fait.

Ce n'est pas la peine de me répondre.

Elle était signée d'un nom et d'un village de l'arrière-pays, et dessous il y avait un numéro de téléphone écrit deux fois, la deuxième fois en plus grand, au cas où la première ne se lirait pas.

Valeria la remit dans la boîte, à l'endroit exact d'où elle l'avait prise.

Puis elle poussa la boîte sous le bureau avec le pied, comme elle le faisait chaque fois.

Le téléphone sonna à onze heures dix.

« Je suis en bas », dit une voix d'homme. « Quatrième étage, vous avez dit ? Belìn, quatre volées. »

Il fallut deux secondes à Valeria pour la situer.

« Commandant. »

« Merello », dit-il, comme s'il en était besoin. « Je vous vole vingt minutes. »

•••

Italo Merello mit presque cinq minutes à monter, et quand il entra il ne soufflait pas.

Il avait la même veste bleue que dix mois plus tôt, la moustache fine taillée court, les cheveux gris peignés en arrière. Il était plus maigre. Il regarda autour de lui une seule fois — porte, fenêtre, verrière, dans cet ordre — puis il s'assit, et déplaça la chaise de trois centimètres exactement.

« Votre fille ? » demanda Valeria.

« Bien. » Il posa l'index, le majeur et l'annulaire au bord de la table, comme quelqu'un qui appuie sur trois touches d'un code. « Elle écrit. Pas toujours des choses que je comprends. »

« Elle, elle les comprend ? »

« Oui. »

« Alors elles vont bien. »

Merello sourit d'un millimètre et ne le laissa pas durer.

Valeria mit l'eau à chauffer pour le café et le laissa arriver tout seul où il devait arriver. Il était génois et capitaine au long cours, et aucune de ces deux choses n'est pressée.

« Je suis parti hier matin », dit-il enfin. « À six heures douze. Le régional de six heures douze depuis La Spezia, celui que je prenais quand j'allais au chantier. »

« Et ? »

« Et je l'ai pris sans avoir décidé de le prendre. »

Valeria posa la cafetière sur le feu et ne se retourna pas.

« Je m'explique », dit Merello. « Je ne me suis pas réveillé en me disant : je vais à Gênes. Je me suis réveillé, j'ai fait le café, j'ai lu quelque chose, je me suis habillé, j'ai acheté un billet et je suis monté. Puis j'étais à Sestri Levante et je me suis demandé où j'allais. »

« Qu'est-ce que vous avez lu. »

Merello sortit ses lunettes de sa poche de poitrine, les mit, et les rangea, le tout sans s'en servir.

« Le lot du vingt-six », dit-il. « Celui que publie votre ami journaliste. Deux cents noms et quelques. Il y avait un nom de famille du côté de Lerici que je connais depuis quarante ans. Pas le nom de ma fille. Un de ceux qui étaient autour d'elle. »

« Et vous êtes monté dans un train. »

« Je suis monté dans un train. » Ses mains s'ouvrirent sur la table, grandes, calleuses, immobiles. « Commissaire— »

« Je ne suis pas commissaire. »

« Je sais ce que vous êtes. Je vous donne le grade que je vous donne, moi. » Il attendit. « Dans ma fiche il y avait écrit août. Vous l'avez lue aussi, cette ligne. Prochaine orientation : août. »

« Oui. »

« Voilà. On est en août. »

Le café monta, et Valeria le retira du feu un instant avant qu'il ne crache, et remplit deux tasses, et en posa une devant lui.

« Ils vous ont donné quelque chose ? » demanda-t-elle.

« Non. »

« Vous en êtes sûr ? »

« Je suis sûr de ceci : que personne ne m'a touché, que personne ne m'a parlé, que personne ne m'a rien mis dans le café. » Il leva la tasse et ne but pas. « Je suis sûr d'une autre chose aussi, et elle me coûte davantage. Que ce billet, c'est moi qui l'ai acheté. On ne me l'a pas fait acheter. On me l'a fait venir à l'esprit, et le reste je l'ai fait tout seul, et je le referais pareil, et si vous me dites maintenant de rentrer chez moi, je ne rentre pas. »

Il but.

« A chi gh'à paùa du mâ, u no se fa marin », dit-il. « Qui a peur de la mer ne se fait pas marin. Je n'ai pas peur d'être utilisé. J'ai peur d'être le seul à ne pas m'en apercevoir. »

Valeria s'adossa à sa chaise.

Dehors, en bas, quelqu'un déchargeait des cageots de fruits, et le bruit remontait la ruelle comme s'il était dans la pièce.

« Il y a autre chose », dit-elle.

Ce n'était pas une question.

Merello porta la main à la poche intérieure de sa veste et y mit le temps qu'un homme de soixante ans met à sortir une enveloppe, et la posa sur la table, et la poussa vers elle de trois centimètres exactement.

« On me l'a donnée dimanche dernier à Chiavari », dit-il. « Il y avait une réunion. Les familles. J'y vais depuis avril. »

« Quelle réunion. »

« Le Comité. Les gens qui sont sur les listes, et ceux comme moi qui y sont par ricochet. » Il eut un geste vague. « On boit un café, on parle, quelqu'un lit quelque chose à voix haute. Dimanche une dame a lu ça. »

Valeria ne toucha pas l'enveloppe.

« Et qu'est-ce que c'est. »

« Eux, ils appellent ça le livre », dit Merello. « Des photocopies qui circulent. Un cahier à la fois, pas dans l'ordre. Ils disent que c'est la confession de cette femme. » Il s'arrêta. « De madame votre mère. »

Le bruit des cageots s'arrêta net, et la ruelle se tut.

« Et les gens le lisent », dit Valeria.

« Les gens l'apprennent, commissaire. Il y en a qui apportent un cahier pour le recopier. » Merello reposa la tasse vide et la fit pivoter sur la soucoupe, comme on fait en mer avec une chose qui ne doit pas glisser. « Je l'ai lu deux fois. La première, j'ai pensé que c'était une vieille femme qui se justifie. La deuxième— »

Il s'arrêta de nouveau.

« La deuxième ? »

« La deuxième, j'ai pensé qu'elle ne se justifie pas du tout. Qu'elle explique. »

Valeria tendit la main et ouvrit l'enveloppe.

Dedans il y avait neuf feuillets, photocopiés de travers, avec le bord noir là où la machine avait mal pris. L'écriture était petite et régulière, sans une bavure, des lignes serrées qui ne sortaient jamais de la marge.

Elle ne lut pas les mots. Pas tout de suite.

Elle regarda les lettres.

Elle regarda le e qui se refermait toujours à moitié, et les chiffres écrits avec la barre sur le sept, et la façon dont le stylo, à la fin de chaque ligne, se soulevait un instant avant de descendre à la suivante, et laissait un point d'encre bleu foncé comme une signature que personne n'avait demandée.

Elle avait déjà vu cette écriture deux fois.

Une sur un mot laissé sous l'oreiller d'un homme gardé huit mois dans un bunker.

L'autre sur un colis anonyme qui disait : publie tout.

Merello la regardait.

« Vous la connaissez », dit-il.

Valeria remit les feuillets en ordre, les aligna en les tapant sur la table, et ne répondit pas.

Dehors, la ruelle avait recommencé à décharger.

De l'autre côté du palier, au-delà de deux portes et de sept mètres d'air chaud, une femme qui n'avait pas de nom écrivait pour la onzième fois la même page.

Et à Nice, dans une chambre à la fenêtre haute, quelqu'un écrivait depuis dix mois sans jamais sauter un jour.

Esperienza gratuita per dueA free experience for twoExpérience gratuite à deux

Due verità

Two Truths

Deux vérités

La firma mancante

The Missing Signature

La signature manquante

Tu hai una parte delle prove. L’altra persona ha quelle che ti mancano. Confrontate i vostri fascicoli, ricostruite ciò che è successo e decidete insieme che cosa rendere pubblico.

You hold part of the evidence. The other person holds what you are missing. Compare your files, piece together what happened and decide together what to make public.

Vous avez une partie des preuves. L’autre personne possède celles qui vous manquent. Confrontez vos dossiers, reconstituez les faits et décidez ensemble de ce que vous rendrez public.

Un’indagine autonoma, con una storia completa e tre possibili epiloghi. Si gioca nel browser, senza account e senza pagare. Non occorre aver letto Le 7 Paure.

A self-contained investigation with a complete story and three possible endings. It runs in the browser, with no account and no payment. You don’t need to have read The 7 Fears.

Une enquête indépendante, avec une histoire complète et trois épilogues possibles. Elle se joue dans le navigateur, sans compte ni paiement. Il n’est pas nécessaire d’avoir lu Les 7 Peurs.

Servono due persone e due dispositivi. Il gioco è disponibile in italiano e in francese.

It takes two people and two devices. The game itself is available in Italian and French.

Il faut deux personnes et deux appareils. Le jeu est disponible en italien et en français.

Apri la prima prova

«Non è mai arrivato sulla mia scrivania»

13 novembre, 09:10. Registrazione di Nora Valli alla commissione. Prima di parlare, Nora sposta un bicchiere. Sul tavolo resta un cerchio d’acqua.

«Circola un foglio denominato F42, revisione 2. Non ho ricevuto quell’avvertimento prima dell’incidente delle 20:40. Guardate la copia: non c’è la mia firma. Non accetto che quel vuoto venga riempito con il mio nome.»

Archivio fittizio della commissione
Open the first piece of evidence

“It never reached my desk”

13 November, 9:10 a.m. Nora Valli’s statement to the commission. Before speaking, Nora moves a glass. A ring of water stays on the table.

“A sheet designated F42, revision 2, is going around. I did not receive that warning before the 8:40 p.m. incident. Look at the copy: my signature is not on it. I will not have that blank filled in with my name.”

Fictional commission archive
Ouvrir la première pièce du dossier

« Il n’est jamais arrivé sur mon bureau »

13 novembre, 9 h 10. Enregistrement de Nora Valli pour la commission. Avant de parler, Nora déplace un verre. Un cercle d’eau reste sur la table.

« Une feuille désignée F42, révision 2, circule. Je n’ai pas reçu cet avertissement avant l’incident de 20 h 40. Regardez la copie : ma signature n’y figure pas. Je refuse que l’on remplisse ce vide avec mon nom. »

Archives fictives de la commission
Ferro e legnoIron and woodFer et bois

Sculture e arredi

Sculpture and furniture

Sculptures et mobilier

Pezzi unici costruiti su commissione. Il ferro è di recupero. Non sono riproduzioni: sono reinterpretazioni — il materiale decide quanto quello che si voleva ottenere. Ogni oggetto nasce da un soggetto proposto dal cliente e finisce diverso da come lo si era immaginato, di solito in meglio.

One-of-a-kind pieces built to order. The iron is reclaimed. These are not reproductions but reinterpretations — the material decides as much as the intention did. Every object starts from a subject the client proposes and ends up different from how it was imagined, usually better.

Des pièces uniques réalisées sur commande. Le fer est de récupération. Ce ne sont pas des reproductions mais des réinterprétations — la matière décide autant que l'intention de départ. Chaque objet part d'un sujet proposé par le client et finit différent de ce qu'on avait imaginé, en général en mieux.

Lampadario
LampadarioChandelierLustre Ferro di recupero e legno — su misuraReclaimed iron and wood — made to measureFer de récupération et bois — sur mesure
Libreria
LibreriaBookshelfBibliothèque Ferro e legno — costruita sulla pareteIron and wood — built for the wall it fillsFer et bois — construite pour son mur
Camaleonte su ingranaggi
Camaleonte su ingranaggiChameleon on GearsCaméléon sur engrenages Scultura in ferro e ingranaggi di recuperoSculpture in reclaimed iron and gearsSculpture en fer et engrenages de récupération
Cuore di ferro
Cuore di ferroIron HeartCœur de fer Scultura da esterno su base in acciaioOutdoor sculpture on a steel baseSculpture d'extérieur sur socle acier
Facciamo l'amore o ci beviamo su
Facciamo l'amore o ci beviamo suLet's Make Love or Drink On ItFaisons l'amour ou buvons dessus Portabottiglie in ferro — pezzo unicoIron wine holder — one of a kindPorte-bouteille en fer — pièce unique
Mobile da bagno
Mobile da bagnoBathroom UnitMeuble de salle de bain Ferro e legno — su misuraIron and wood — made to measureFer et bois — sur mesure
La scalata
La scalataThe ClimbL'ascension Figura in ferro su pietraIron figure on stoneFigure en fer sur pierre
Lo spaccapietre
Lo spaccapietreThe StonebreakerLe casseur de pierres Figura in ferro su pietraIron figure on stoneFigure en fer sur pierre
Gli uccellini hanno fame
Gli uccellini hanno fameThe Birds Are HungryLes oiseaux ont faim Piccola scultura in ferroSmall iron sculpturePetite sculpture en fer
Se ti prendo…
Se ti prendo…If I Catch You…Si je t'attrape… Scultura in ferro — due figureIron sculpture — two figuresSculpture en fer — deux figures
Il pozzo senza fondo
Il pozzo senza fondoThe Bottomless WellLe puits sans fond Installazione luminosa in ferro e specchiLight installation in iron and mirrorsInstallation lumineuse en fer et miroirs
Il tuo pezzoYour pieceVotre pièce
Su commissioneCommissionedSur commandeSi parte da un'idea tuaIt starts from your ideaCela part de votre idée
Come funzionaHow it worksComment ça marche

Commissionare un pezzo

Commissioning a piece

Commander une pièce

La maggior parte delle persone non scrive perché non sa cosa chiedere, quanto costa e quanto tempo serve. Qui c'è tutto, in chiaro.

Most people never write because they don't know what to ask for, what it costs, or how long it takes. It's all here, in plain terms.

La plupart des gens n'écrivent jamais parce qu'ils ne savent pas quoi demander, combien ça coûte et combien de temps il faut. Tout est ici, clairement.

1

L'ideaThe ideaL'idée

Mi scrivi cosa hai in mente: un soggetto, una funzione, uno spazio da riempire. Anche solo una foto dell'angolo dove dovrebbe stare. Non serve un disegno.

You write to me with what you have in mind: a subject, a function, a space to fill. Even just a photo of the corner where it should go. No drawing needed.

Vous m'écrivez ce que vous avez en tête : un sujet, une fonction, un espace à remplir. Même juste une photo du coin où la pièce devrait aller. Pas besoin de dessin.

2

La propostaThe proposalLa proposition

Ti rispondo con una direzione, le misure possibili, i materiali che riesco a recuperare e un prezzo. Se non funziona, ci si ferma qui e non è costato niente.

I come back with a direction, possible dimensions, the materials I can source, and a price. If it doesn't work, we stop here and it has cost nothing.

Je reviens vers vous avec une direction, les dimensions possibles, les matériaux que je peux récupérer et un prix. Si ça ne convient pas, on s'arrête là et ça n'a rien coûté.

3

La costruzioneThe buildLa fabrication

Il pezzo si fa a mano, un passaggio alla volta. Durante il lavoro ricevi foto: quello che cambia si decide insieme prima, non a cose fatte.

The piece is made by hand, one step at a time. You get photos while the work is going on: anything that changes is decided together beforehand, not after the fact.

La pièce se fait à la main, une étape à la fois. Vous recevez des photos pendant le travail : ce qui change se décide ensemble avant, pas une fois que c'est fait.

4

La consegnaDeliveryLa livraison

Imballaggio e spedizione. Sui pezzi grandi la spedizione si concorda caso per caso, perché il costo dipende da peso e destinazione.

Packing and shipping. For large pieces, shipping is agreed case by case, because the cost depends on weight and destination.

Emballage et expédition. Pour les grandes pièces, l'expédition se convient au cas par cas, car le coût dépend du poids et de la destination.

Quanto costa?What does it cost?Combien ça coûte ?

Dipende da dimensioni, materiale e ore di lavoro. Non c'è listino perché non ci sono due pezzi uguali. Il prezzo si concorda alla fase 2, prima che io cominci.

It depends on size, material and hours of work. There is no price list because no two pieces are the same. The price is agreed at stage 2, before I start.

Cela dépend des dimensions, du matériau et des heures de travail. Il n'y a pas de tarif fixe car il n'y a pas deux pièces identiques. Le prix se fixe à l'étape 2, avant que je commence.

Quanto tempo ci vuole?How long does it take?Combien de temps faut-il ?

Si concorda insieme all'idea. Un piccolo complemento e un mobile su misura non hanno gli stessi tempi, e preferisco dirti una data che riesco a rispettare.

It's agreed along with the idea. A small accessory and a made-to-measure piece of furniture don't take the same time, and I'd rather give you a date I can actually keep.

Cela se convient en même temps que l'idée. Un petit accessoire et un meuble sur mesure ne demandent pas le même temps, et je préfère donner une date que je peux tenir.

Cosa non faccioWhat I don't doCe que je ne fais pas

Niente ritratti e niente riproduzioni di luoghi. Niente copie fedeli di marchi o stemmi. Quello che faccio sono reinterpretazioni: se cerchi una copia esatta, non sono la persona giusta.

No portraits and no reproductions of places. No faithful copies of brands or emblems. What I make are reinterpretations: if you want an exact copy, I'm not the right person.

Pas de portraits ni de reproductions de lieux. Pas de copies fidèles de marques ou d'emblèmes. Ce que je fais, ce sont des réinterprétations : si vous cherchez une copie exacte, je ne suis pas la bonne personne.

Da dove viene il materialeWhere the material comes fromD'où vient la matière

Il ferro è di recupero. È la ragione per cui ogni pezzo ha segni che non si possono riprodurre: non sono difetti, sono la storia precedente dell'oggetto.

The iron is reclaimed. That's why every piece carries marks that can't be reproduced: they aren't flaws, they're the object's earlier life.

Le fer est de récupération. C'est pour cela que chaque pièce porte des marques impossibles à reproduire : ce ne sont pas des défauts, c'est la vie antérieure de l'objet.

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Per una commissione, una domanda sui libri, o qualsiasi altra cosa. Rispondo io, non un modulo automatico.
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Due racconti, per chi si iscrive

Two stories, for subscribers

Deux récits, pour les inscrits

«Resta con me» e «Il piatto blu» non stanno su questo sito. Arrivano per email: il primo subito, il secondo dopo una settimana. Sono gratuiti come «Il biscotto». Poi una mail al mese, non di più: a che punto è il volume successivo e cosa sta uscendo dall'officina.

“Stay With Me” and “The Blue Plate” are not on this site. They arrive by email: the first one straight away, the second a week later. They are free, like “The Biscuit”. After that, one email a month, no more: where the next book stands and what is coming out of the workshop.

« Reste avec moi » et « L'assiette bleue » ne sont pas sur ce site. Ils arrivent par email : le premier tout de suite, le second une semaine plus tard. Ils sont gratuits, comme « Le biscuit ». Ensuite un mail par mois, pas plus : où en est le tome suivant et ce qui sort de l'atelier.