Le 7 Paure · Volume 1
Villa delle Ombre
Quando anche i ricordi diventano sospetti.
Valeria Greco cerca risposte sulla morte del fratello Matteo. Una fotografia inattesa e la chiamata di un neuroscienziato la conducono a una villa sulle colline di Superga. Un vecchio omicidio e ricordi di cui non è più possibile fidarsi trasformano l’indagine in una ricerca personale.

Dario Veskø · Le 7 Paure · Volume 1
Scopri il libro
Il capitolo e la copertina qui presentati sono nella versione italiana già disponibile sul sito.
Lettura gratuita · testo integrale del primo capitolo
Capitolo 1 — L’invito
Valeria Greco stava mangiando pasta al pomodoro fredda direttamente dal tupperware quando la fotografia scivolò fuori dal fascicolo Brunetti e le cadde in grembo.
L’odore acido del pomodoro vecchio e del metallo della forchetta le fece salire la nausea. Aveva perso l’abitudine al sapore dei pasti lasciati a metà. Negli ultimi mesi si era nutrita più di rapporti interni e caffe’ che di cibo vero.
Matteo.
Suo fratello, vivo; il cervello reagì prima del cuore. Un impulso elettrico, un brivido lungo la schiena, la mente che cercava di tradurre l’impossibile in linguaggio razionale.
Il respiro si spezzò come se qualcuno le avesse tolto l’aria senza toccarla. Era vivo, in un vicolo che non riconosceva, prima che tre proiettili lo trasformassero in cinquantasette pagine di rapporto investigativo e in una scatola di ceneri che Valeria teneva ancora nell’armadio perché non sapeva cos’altro farne.
Posò la forchetta. Con cura. Come se movimenti bruschi potessero far scomparire la foto.
Nella sua testa, la voce del terapeuta della polizia: «Il lutto è un processo, Valeria. Non puoi saltare le fasi.» Ma Valeria aveva saltato quattro delle cinque fasi e si era accampata stabilmente nella quinta: rabbia.
Era più produttiva della tristezza.
La foto era uno screenshot: risoluzione bassa, stampato su carta comune, bordi irregolari come se qualcuno l’avesse strappato in fretta.
Matteo indossava quel giubbotto di pelle marrone, quello che lei gli aveva regalato dopo che lui aveva passato tre mesi a fissarlo in vetrina dicendo che costava troppo.
«Vale, un agente sotto copertura non può permettersi Belstaff.»
«Allora smetti di essere sotto copertura.»
«E tu smetti di essere testarda.»
«Impossibile. È genetico.» Ricordò quella sera: il bar vicino alla stazione, la musica troppo alta, il suo sorriso ostinato.
Aveva scattato una foto col telefono, poi l’aveva cancellata due giorni dopo la sua morte, come se la memoria potesse obbedire a un comando.
Nella foto, Matteo parlava con qualcuno. Una donna, fuori fuoco, con i capelli scuri raccolti in uno chignon che avrebbe potuto essere elegante o frettoloso: impossibile dirlo. Il volto era girato via dalla telecamera con una precisione che sembrava deliberata.
Ma la postura era sbagliata per una conversazione casuale. Le spalle troppo rigide.
Le mani chiuse a pugno. Valeria aveva interrogato abbastanza sospetti per riconoscere linguaggio corporeo aggressivo anche sfocato e in bianco e nero.
Voltò la foto. Calligrafia in penna blu—decisa ma non curata, come se fosse stata scritta in fretta: 16 marzo 2025 - 48 ore prima Quarantotto ore prima della chiamata che aveva cambiato tutto.
«Commissario Greco? È il sovrintendente Caruso. C’è stato un incidente. Suo fratello—» Il resto era nebbia.
Valeria ricordava parole —«mi dispiace» e «operazione compromessa» e «tutto il possibile»— ma non nell’ordine giusto, non con la voce giusta. La memoria aveva preso quella telefonata e l’aveva editata così tante volte che non sapeva più cosa fosse reale e cosa fosse ricostruzione.
Ma questa foto —questa era nuova. E non sarebbe dovuta essere lì. Il fascicolo Brunetti era un caso di appropriazione indebita, archiviato tre anni prima. Valeria lo stava rivedendo solo perché il sistema informatico della questura aveva avuto un crash quella mattina e qualche stagista terrorizzato aveva mescolato le pratiche durante il ripristino manuale.
Qualcuno aveva inserito questa foto nel fascicolo sbagliato.
Oggi. L’angolo della carta non era ingiallito. La piega era fresca. Valeria aprì il cassetto in basso a destra—quello che tecnicamente violava dodici regolamenti ma che nessuno controllava mai—e tirò fuori il fascicolo.
GRECO, MATTEO — Agente Sotto Copertura — Deceduto 18/03/2025 — Caso Chiuso Cinquantasette pagine che aveva letto così tante volte che alcune righe le aveva memorizzate involontariamente: «Soggetto colpito tre volte. Due colpi al torace (polmone destro e ventricolo sinistro), uno alla testa (lobo frontale). Morte quasi istantanea. Pallottole 9mm, probabilmente Beretta 92. Nessun bossolo recuperato. Esecutore professionista o estremamente fortunato.» Il medico legale aveva optato per «professionista».
Valeria sfogliò fino al fondo. Foto della scena. Rapporti autoptici. Testimonianze—poche, inutili, contraddittorie.
E lì, nascosta tra pagine di burocrazia, una nota scritta a mano. L’aveva trovata nell’armadietto di Matteo tre giorni dopo il funerale. Non era stata inserita nel fascicolo ufficiale perché sembrava —come aveva detto Caruso, lo psicologo della centrale—«prodotto di stress operativo estremo».
Paranoia, in altre parole.
Ma Valeria l’aveva tenuta.
La grafia era quella di Matteo, spigolosa e nervosa. Le lettere sembravano incise più che scritte, come se avesse premuto troppo forte per farsi credere anche da se stesso.
«Se qualcosa mi succede, controllare il Progetto Lete. Maffei sa. Non è paranoia. È reale. Hanno infiltrati ovunque. Non fidarti—» Fine.
La frase si interrompeva lì, la penna fermata a metà parola.
Un tratto d’inchiostro più spesso, poi niente. Il vuoto aveva una sua voce, e diceva tutto ciò che Matteo non aveva fatto in tempo a scrivere, come se qualcuno l’avesse disturbato. O come se Matteo avesse realizzato che la lista di persone di cui non fidarsi era troppo lunga.
Progetto Lete. Valeria aveva cercato. Database della polizia—niente. Interpol—niente. Ricerche online—un fiume greco mitologico associato all’oblio. Utile per cruciverba, inutile per investigazioni.
E Maffei. Alberto Maffei.
Neuroscienziato. Specialista in neuroscienze cognitive e manipolazione della memoria.
L’aveva ascoltato parlare una volta, in un’aula gremita: il tono pacato di chi sa di maneggiare qualcosa che fa paura.
Aveva detto: «Ricordare non è un atto naturale, è una scelta chimica.» All’epoca Valeria aveva pensato fosse solo provocazione.
Ora non più. Si erano incontrati a quel convegno due anni prima—lui aveva presentato un caso su come un uomo aveva convinto un’intera famiglia di avere ricordi falsi di abusi mai accaduti.
Brillante. Inquietante. Il tipo di persona che vedeva gli esseri umani come collezioni di sinapsi riscrivibili.
Il telefono sulla scrivania squillò. Valeria lo fissò per quattro squilli, contandoli. Nessuno chiamava l’ufficio a quell’ora a meno che qualcuno fosse morto.
O stesse per morire. O— Quinto squillo. Alzò la cornetta.
«Commissario Greco.» Silenzio.
Non un vuoto, ma un silenzio popolato. Il tipo di silenzio di qualcuno che respira dall’altra parte, cercando parole o coraggio o entrambi.
Valeria alzò lo sguardo al soffitto, localizzando le quattro telecamere di sicurezza che coprivano l’ufficio.
«Se questa è una burla, ho le registrazioni video e il tracciamento delle chiamate. Sarò alla sua porta entro domattina.»
«Non è una burla.» Voce maschile—sessanta e qualcosa, accento torinese educato, ma con una tensione sottostante come una corda di violino tirata troppo forte.
«E non sono nelle telecamere. Sono al telefono perché avere questa conversazione di persona sarebbe pericoloso. Per entrambi.» Valeria riconobbe la voce mezzo secondo prima che l’uomo si presentasse.
«Alberto Maffei.» Pausa.
«Professore», disse Valeria lentamente.
«Che piacevole sorpresa. Mezzanotte meno tredici. Orario perfetto per una chiamata sociale.»
«Ha ricevuto la fotografia.» Il mondo tremò leggermente. Osservò la foto sul tavolo. Poi le telecamere. Poi la finestra—buio totale oltre il vetro.
«Come fa a sapere—»
«Perché l’ho fatta inserire io. Tre ore fa. Ho ancora dei contatti in questura.» Una pausa calcolata.
«Dovevo essere sicuro che avrebbe ascoltato.»
«Ascoltato cosa, esattamente?»
«Chi è la donna nella fotografia con suo fratello.» Valeria sentì qualcosa stringersi nel petto.
«Professore, se sa qualcosa su chi ha ucciso mio fratello—»
«Venga a Villa Maffei. Venerdì sera, alle diciannove. Colline di Superga.» La voce si fece urgente.
«Ho riunito tutte le persone coinvolte in un altro caso. Un omicidio undici anni fa che fu archiviato come incidente. E temo che l’assassino—lo stesso che uccise suo fratello—voglia colpire di nuovo.» Valeria prese penna e carta.
«Nome della vittima, undici anni fa?»
«Davide Torre. Ricercatore. Esplosione in laboratorio privato. Caso chiuso in quarantotto ore.»
«Se sospetta omicidio, compili denuncia. Protocollo—»
«Il protocollo prevede che la polizia investighi.» Maffei rise—un suono senza gioia.
«Ma la polizia locale chiuse il caso prima ancora che i vigili del fuoco finissero di spegnere le fiamme. Non importava che le evidenze forensi fossero contraddittorie. Non importava che Davide mi avesse chiamato tre ore prima dicendo che qualcuno voleva ucciderlo. Caso chiuso.»
«Perché?»
«Perché qualcuno con potere—molto potere—voleva che fosse dimenticato. Letteralmente dimenticato.» Pausa.
«E hanno gli strumenti per farlo.» Osservò la nota di Matteo.
Progetto Lete.
«Il progetto che mio fratello stava investigando», disse.
«È connesso alla morte di Torre?»
«Commissario, suo fratello non stava investigando il Progetto Lete. Era parte di esso. Senza saperlo.» Il telefono quasi scivolò dalla mano di Valeria.
«Spieghi.»
«Non al telefono. Mai al telefono.» La voce di Maffei tremò.
«Ma le dirò questo: Matteo venne da me sei mesi prima di morire. Mi disse che aveva buchi nella memoria. Che si svegliava in posti senza ricordare come ci fosse arrivato. Che a volte prendeva decisioni che non capiva. Pensai fosse stress operativo.»
«E invece?»
«E invece era manipolazione neurochimica. Qualcuno stava usando su di lui la stessa tecnologia che uccise Davide Torre. E quando Matteo iniziò a resistere—quando la sua neurologia unica respinse la manipolazione—divenne un problema da eliminare.» Valeria chiuse gli occhi.
Respirò. Quattro secondi dentro, otto secondi fuori.
Tecnica che il terapeuta le aveva insegnato per gestire la rabbia. Come al solito, non funzionò.
«Ha delle prove?»
«Ho un diario. Il diario di laboratorio di Davide, nascosto undici anni in una cavità del muro. L’ho trovato solo la settimana scorsa.» Pausa pesante.
«E ho testimoni—persone che erano lì quella notte. Che furono manipolate per dimenticare ma che ora, forse, possono ricordare.»
«Chi sarà presente venerdì?»
«Tutti quelli che hanno qualcosa da nascondere. E uno che ha tutto da rivelare.» La voce di Maffei si spezzò leggermente.
«E, commissario? Venga armata. Non perché ci sarà violenza—spero di no. Ma perché l’assassino è uno di noi. E quando scoprirà che stiamo per esporlo, reagirà.»
«Mi sta usando come esca.»
«Le sto offrendo giustizia per Matteo. È disposta a rischiare per questo?» Osservò la polaroid che teneva appuntata alla bacheca sopra la scrivania.
Lei e Matteo, dodici anni, al luna park.
Zucchero filato sulle facce, sorrisi da idioti.
Sul retro, la grafia infantile di Matteo: «Io e Val contro il mondo. Sempre.»
«Ci sarò», disse.
«Ma se questo è un gioco, professore—»
«Non è un gioco.» Sollievo palpabile.
«È l’ultima possibilità di giustizia per persone che sono state cancellate. In ogni senso.»
«Cosa significa?»
«Significa che quando arriverà, scoprirà che la memoria non è solo chi siamo. È un’arma. E qualcuno ha usato quest’arma per undici anni. Ma la finestra si sta chiudendo.»
«Perché ora? Perché dopo undici anni?» Silenzio lungo.
Poi, così piano che Valeria dovette sforzarsi per sentirlo: «Perché sto iniziando a dimenticare. Anche io. Come Matteo. E se non agiamo entro tre giorni, dimenticherò tutto. Chi sono. Perché importa. E l’assassino sarà libero per sempre.» La linea morì.
Restò immobile con la cornetta in mano, l’orecchio ancora teso come se potesse riagguantare la voce dall’altra parte. Il silenzio che seguì fu così denso che per un attimo le parve di sentire il proprio sangue passare nei timpani.
Valeria rimase seduta nell’ufficio vuoto, guardando la foto di Matteo e la donna senza volto.
Poi fece qualcosa che non faceva da quando Matteo era morto.
Aprì il cassetto segreto sotto il tavolo—quello che tecnicamente non esisteva, quello che aveva installato la notte dopo il funerale—e tirò fuori una scatola da scarpe Nike.
La posò sulla scrivania. Dentro c’erano gli oggetti personali di Matteo che era riuscita a salvare prima che qualcuno «pulisse» il suo appartamento; li sfiorò come se fossero organi sopravvissuti a un corpo che non c’era più.
Chiavi. Portafoglio (vuoto—qualcuno aveva preso tutto). Telefono (SIM rimossa, batteria morta). Orologio (rotto, fermo alle 23:47). E tre polaroid.
Valeria prese l’orologio—Casio digitale, quello che Matteo portava sempre.
Display incrinato, fermo alle 23:47. L’orario la colpì come un pugno. 23:47.
L’orario esatto in cui Elena era morta nel 1992, secondo il certificato di morte che aveva trovato nella chiavetta di papà.
Trentatré anni prima. Al minuto.
Coincidenza? Valeria non credeva alle coincidenze.
Valeria sparse le foto sul tavolo.
Prima polaroid: lei e Matteo al luna park, quella che conosceva.
Seconda: Matteo in divisa, il giorno della promozione a detective. Serio, professionale, ma con quel mezzo sorriso che diceva «Non posso credere che mi paghino per fare questo.» Terza— Valeria si fermò.
Non ricordava questa foto. Matteo in un laboratorio. Camice bianco. Circondato da attrezzature scientifiche.
E accanto a lui— Alberto Maffei.
Più giovane, più magro, ma inconfondibile.
Valeria voltò la polaroid.
Grafia che non era di Matteo: «Soggetto 017 — Baseline neurologico — Test iniziale 15/08/2019» Le mani le tremarono.
Soggetto 017.
Non «Detective Greco». Non «Agente Matteo».
Soggetto. La parola soggetto le fece lo stesso effetto di un morso dietro la nuca. Non era un termine neutro. Era una condanna.
Se Matteo era stato un test, allora lei che cosa era? Una variabile di sicurezza?
Valeria cercò nel telefono. Trovò il numero di Maffei—non quello da cui aveva chiamato, ma quello ufficiale dell’università.
Compose.
Squillo. Due. Tre. Segreteria: «Ha raggiunto il professor Alberto Maffei. Attualmente in congedo per motivi personali. Per emergenze, contattare il Dipartimento di Neuroscienze.» Valeria riattaccò.
Guardò l’orologio: 00:03.
Venerdì sera sarebbe arrivato in meno di quarantotto ore.
Prese il suo telefono personale. Compose un numero che usava di rado.
Due squilli. Voce assonnata: «Val? È mezzanotte, è morto qualcuno?»
«Ricci, ho bisogno di un favore.» Silenzio.
Poi: «Quant’è illegale?»
«Scala da uno a dieci? Otto.»
«Cristo.» Rumore di Ricci che si alzava, già sveglio.
«Racconta.» Appartamento di Valeria — Giovedì mattina, ore 06:47 Valeria non aveva dormito.
La notte non era nemmeno davvero arrivata. L’aveva passata seduta sul pavimento, con la schiena contro il muro, la luce del monitor come una ferita aperta.
Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva Matteo voltarsi in un vicolo bagnato e qualcuno che gli sparava da fuori campo.
Quindi aveva deciso di darsi da fare e si era messa a costruire una timeline sul pavimento del soggiorno, usando post-it e spago rosso come nelle serie TV poliziesche che Matteo prendeva in giro.
«Va’, nessuno usa letteralmente spago rosso. È un cliché.»
«Funziona.»
«Funziona a farci ridere sopra.» Ma Valeria non stava ridendo, adesso.
Aveva tre timeline parallele:
TIMELINE A — Morte di Davide Torre (2014) 20 marzo, ore 21:00: Davide chiama Maffei, dice che teme per la sua vita 20 marzo, ore 23:47: esplosione nel laboratorio 21 marzo: Davide dichiarato morto 23 marzo: caso chiuso come «incidente» TIMELINE B — Morte di Matteo (2025) 16 marzo: Matteo incontra donna misteriosa (foto) 18 marzo, ore 23:47: Matteo ucciso 19 marzo: caso aperto come «agguato durante operazione» maggio 2025: caso chiuso, nessun sospetto TIMELINE C — Maffei chiama Valeria (2025) 10 ottobre: Maffei trova il diario di Davide (supposizione) 16 ottobre, ore 23:47: Maffei chiama Valeria 18 ottobre, ore 19:00: riunione programmata
Tre eventi.
Undici anni di distanza.
Tutti collegati da: Orario: 23:47 (Torre muore, Matteo muore, Maffei chiama) Persona: Alberto Maffei (presente o connesso in tutti e tre) Parola: Lete Valeria fissò il pattern.
Coincidenza? Impossibile.
L’orario specifico—23:47— ripetuto tre volte suggeriva significato. Simbolismo. O provocazione.
Qualcuno voleva che lei notasse. Il citofono suonò. Valeria controllò il video.
Un uomo sulla cinquantina, completo grigio costoso, valigetta in pelle. Capelli perfettamente pettinati con gel che brillava sotto la luce del portico. Denti troppo bianchi—sbiancati professionalmente, probabilmente ogni sei mesi.
Non lo riconosceva. Prese la Beretta dal tavolo. Verificò: caricatore pieno, sicura tolta.
Aprì la porta lasciando la catena inserita.
«Sì?» L’uomo sorrise. Professionale, calcolato, senza calore.
«Commissario Greco? Sono l’avvocato Santoro. Rappresento la famiglia Maffei.» La voce era troppo calma.
Odorava di tabacco costoso e menzogna educata.
Valeria lo misurò in un secondo: completo su misura, occhi che calcolavano. Non portava ombre visibili, ma il tipo di persona che parla così ne ha sempre una alle spalle.
Valeria non abbassò la pistola.
«Non ricordo di aver chiesto rappresentanza legale.»
«Non è per lei.» Passò una busta attraverso la fessura.
Spessa, color crema, sigillata con ceralacca.
«Il professor Alberto voleva assicurarsi che avesse tutto il necessario per il weekend. Considerando la… distanza della villa.» Valeria prese la busta senza aprirla.
«Cosa c’è dentro?»
«Denaro contante. Mille euro. Per spese di viaggio.» Il sorriso si allargò.
«E una chiave della villa. Il professore dice che ne avrà bisogno.»
«Perché non può darmela lui?»
«Perché il professor Maffei è… indisposto. Stress. È comprensibile, considerando quello che sta pianificando.» L’avvocato si aggiustò gli occhiali.
«E, commissario? Un consiglio non richiesto—porti la pistola. Villa Maffei ha una storia complicata. Tre morti in duecento anni. Le persone tendono a perdersi lì.»
«Perdersi come?»
«Geograficamente. Mentalmente.» Scrollò le spalle.
«La distinzione importa, quando sei morto?» E si allontanò, scarpe lucide che cliccavano sul marciapiede.
Valeria chiuse la porta. Sapeva che era una trappola. Nessun avvocato porta contanti alle sei del mattino.
Nessun avvocato parla per enigmi su persone che si perdono mentalmente.
Ma accettò la busta, non perché si fidasse, ma perché era l’unico filo che aveva da tirare.
Aprì la busta. Dentro: esattamente mille euro in banconote da cinquanta. Biglietto da visita dell’avvocato. E una chiave—ottone antico, ossidato, con intricati pattern geometrici incisi.
Sul colletto della chiave, stampigliato: VERITAS VOS LIBERABIT La verità vi renderà liberi.
O, pensò Valeria, vi farà uccidere. Sotto la chiave, c’era qualcos’altro. Piccolo. Avvolto in carta velina. Valeria lo scartò.
Una fotografia. Vecchia—anni ’90, forse fine anni ’80. Sbiadita, coi bordi consumati.
Due bambine. Gemelle identiche, uno o due anni.
In piedi davanti a un edificio che Valeria non riconosceva. E tra di loro, in ginocchio— Una donna. Valeria guardò più attentamente. Il volto era familiare ma distante, come qualcosa visto in sogno.
Voltò la foto. Calligrafia diversa—femminile, tremante: «Maria, Valeria, Elena — Estate 1991» Il pavimento si inclinò.
Maria.
Sua madre. Valeria.
Lei stessa. Elena.
Valeria non aveva sorelle, solo un fratello. Era figlia unica, suo padre gliel’aveva detto mille volte.
«Sei tutto ciò che abbiamo, piccola. La nostra unica, preziosa bambina.» Ma nella foto c’erano due bambine. Identiche.
Come quelle del video nella chiavetta di Francesco, come a confermare ciò che Valeria ancora non voleva accettare.
L’immagine tremò tra le dita.
Non per il peso della carta, ma per quello che rappresentava. La pelle d’oca le corse fino alle spalle. La mente cercava giustificazioni—cugine, errore, fotomontaggio — Valeria corse in bagno. Vomitò pasta fredda e bile e qualcosa che sapeva di paura.
Questura Centrale — Giovedì pomeriggio, ore 14:23 «Stai scherzando.» Il detective Ricci—cinquantadue anni, venticinque di servizio, pancia che parlava di troppi pranzi con troppe portate—fissava Valeria attraverso la scrivania del suo ufficio come se fosse impazzita.
Il che, Valeria doveva ammettere, era una reale possibilità.
«Non scherzo.»
«Vuoi andare in una villa isolata con gente che sospetti di omicidio—»
«Due omicidi.»
«—due omicidi, basandoti sulla parola di uno scienziato che dice di “dimenticare” e su una foto di cui non hai ricordo ma che apparentemente ti mostra con una sorella che non hai mai avuto.» Detto così, suonava male.
«Sì.» Ricci si appoggiò indietro sulla sedia. La sedia gemette. Lui ignorò il gemito come un uomo con lunga esperienza nell’ignorare le lamentele delle sedie.
Aveva una di quelle facce che la gente descriveva come «onesta»: linee profonde intorno agli occhi, basette grigie che non aveva mai considerato di tingere, naso rotto male e mai rimesso a posto.
Ma erano gli occhi che tradivano l’intelligenza. Marroni, attenti, che vedevano più di quanto lasciassero trasparire.
«Val.» Usò il suo nome, non il grado.
Brutto segno.
«Matteo è morto sei mesi fa. Hai fatto tutto il possibile—hai investigato, hai tirato fuori ogni pietra, hai minacciato tre sovrintendenti e un giudice. E non hai trovato niente.»
«Perché non guardavo nel posto giusto.»
«O perché non c’era niente da trovare.» Gentile ma fermo. Ricci si sporse in avanti.
«Matteo lavorava sotto copertura da diciotto mesi. Era infiltrato in una rete di traffico d’armi—gente brutta, paranoia giustificata. E quando sei così profondo—» fece un gesto con la mano, come affondare nell’acqua «—inizi a vedere pattern dove non ci sono. È un meccanismo di difesa. Il cervello cerca minacce ovunque perché le minacce sono ovunque.»
«La nota che scrisse—»
«Era paranoia», disse Ricci.
«Dolorosa, ma paranoia. “Non fidarti di nessuno” è sintomo classico di breakdown psicologico sotto copertura prolungata. L’ho visto capitare a uomini più forti di Matteo.» Valeria sapeva che aveva ragione.
La parte razionale, addestrata, professionale sapeva che stava facendo esattamente ciò che il manuale diceva di non fare: inseguire fantasmi perché accettare la realtà era troppo doloroso.
Ma. Quella dannata foto con la bambina che non doveva esistere. Quella dannata chiamata all’orario esatto in cui Matteo era morto.
E quella sensazione—l’istinto del sangue—che le diceva che c’era qualcosa di vero sotto tutto questo.
«Se non ti chiamo entro domani alle quattordici», disse, «manda qualcuno a Villa Maffei, Superga.» Ricci sospirò.
Lungo. Come sgonfiare un palloncino.
«Sei impossibile.»
«Sono la tua partner. È nel contratto.»
«Il contratto dice “collaborazione professionale”, non “seguire collega in missione suicida basata su—”» Si fermò.
Guardò Valeria. Davvero la guardò, nel modo che aveva quando stava per dire qualcosa di importante.
«Non è questo, vero?»
«Cosa?»
«Missione suicida.» Ricci si tolse gli occhiali, li pulì con la cravatta, li rimise.
Tempo per pensare.
«Val, se c’è qualcosa—se hai bisogno di parlare con qualcuno—»
«Non è questo.»
«Perché il suicidio del poliziotto è un rischio reale. E dopo Matteo, con la pressione, con i casi che non si chiudono—»
«Non. È. Questo.» Valeria si alzò.
«È che per quattro anni ho accettato la versione ufficiale. E ogni giorno quella versione ha avuto sempre meno senso. E ora qualcuno mi sta offrendo risposte. Possono essere bugie, possono essere manipolazione, ma almeno sono qualcosa.» Silenzio.
Poi Ricci fece qualcosa di inaspettato.
Rise. Non ridacchiò. Rise—profonda, sincera, con un tocco di rassegnazione.
«Cosa?» chiese Valeria.
«Niente. Solo che—» Ricci si alzò, andò all’armadietto metallico nell’angolo.
Lo aprì con una chiave che teneva su una catena intorno al collo. Tirò fuori qualcosa.
«—se stai per fare qualcosa di stupido, almeno fallo con equipaggiamento decente.» Mise sul tavolo: microfono ambientale miniaturizzato, GPS tracker, taser più potente di quello standard.
«Ricci—»
«Non dire niente. Ufficialmente non ti ho dato niente. Ufficialmente non so dove stai andando. Ma non ufficialmente—» Si avvicinò, le mise le mani sulle spalle.
Pesanti, calde.
«—se non chiami entro domani alle quattordici, vengo con quattro auto e abbastanza potenza di fuoco da far sembrare Superga Fallujah.» Valeria sentì qualcosa stringersi in gola.
«Grazie.»
«E Val? Qualunque cosa trovi lì—qualunque verità, qualunque bugia—ricordati che Matteo non vorrebbe che tu morissi cercando di vendicarlo.»
«Lo so.»
«Sicura?» Valeria non rispose.
Autostrada A4, direzione Superga — Venerdì, ore 18:12 La pioggia iniziò quaranta chilometri prima di Torino.
Il parabrezza era una lastra d’acqua continua. Le gocce correvano come pensieri: troppo veloci per seguirli tutti, impossibili da fermare.
La radio frusciava su frequenze morte, il GPS si ostinava a cercare segnale.
Era sola con la voce del motore e le proprie domande.
E Valeria iniziò a pensare che forse l’universo stava cercando di dirle qualcosa.
Tipo: «Torna indietro, idiota.» Ma Valeria Greco non era mai stata brava ad ascoltare consigli. Nemmeno quando erano sensati.
Guidò. Uscita dall’autostrada, la strada saliva, stretta, tortuosa. Su entrambi i lati, boschi fitti che sembravano più vicini del necessario. Alberi che si sporgevano come per afferrare l’auto.
Nessun’altra macchina in nessuna direzione.
Solo Valeria e il temporale e tremila domande senza risposta.
«Maria, Valeria, Elena.» Chi era Elena?
Sorella gemella? Morta?
Sparita? E perché—PERCHÉ—suo padre non glielo aveva mai detto? Francesco Greco era stato molte cose: poliziotto onesto, padre affettuoso, uomo che faceva la cosa giusta anche quando costava.
Valeria non avrebbe mai pensato che potesse essere un bugiardo.
Eppure aveva nascosto l’esistenza di un’intera persona a sua figlia.
Il GPS disse: «Destinazione tra tre chilometri. Tenere la destra.» Poi morì.
Schermo nero. Niente satellite. Niente connessione.
Valeria continuò a guidare basandosi su istinto e memoria. Aveva studiato la zona: mappe, immagini satellitari.
Aveva memorizzato ogni curva, ogni bivio, ogni— I cancelli apparvero attraverso il diluvio come un’apparizione.
Ferro battuto, tre metri di altezza, verde d’ossidazione e muschio.
Socchiusi. Non spalancati in benvenuto. Non chiusi in rifiuto. A metà—come se la villa non avesse ancora deciso se accoglierla o respingerla.
Valeria fermò l’auto.
Lasciò il motore acceso. Uscì nella pioggia. L’acqua la colpì come un martello —fredda, violenta, con intenzione. In tre secondi era fradicia.
Si avvicinò ai cancelli. Studiò il ferro battuto—lavorazione ottocentesca, probabilmente originale. Simboli incisi: rose, serpenti, teschi stilizzati.
E sul pilastro destro, a livello occhi— Il simbolo. Cerchio perfetto, grande quanto un piatto. Diviso in sette spicchi uguali da linee precise come tracciate con un righello.
Valeria passò le dita sulle scanalature. Profonde. Deliberate. Antiche—il muschio cresceva dentro, verde brillante che contrastava con la pietra grigia.
Aveva già visto quel simbolo. Dove? La memoria era scivolosa, inaffidabile.
Come afferrare sapone bagnato. Scattò tre foto da angolazioni diverse. Spinse i cancelli. Si aprirono con un gemito lungo, metallico—un suono che, nel silenzio della collina, sembrava urlare: QUALCUNO STA ENTRANDO.
Il viale saliva attraverso un bosco sempre più fitto. Rododendri selvaggi ai lati, cresciuti senza controllo. Statue rovinate—angeli senza teste, santi senza facce, figure che il tempo aveva reso anonime.
E poi— Villa Maffei.
Valeria la vide prima come una massa scura contro un cielo ancora più scuro. Poi, mentre si avvicinava, i dettagli emersero.
Tre piani. Pietra che una volta era stata ocra ma ora sembrava color cenere.
Aperture alte e strette—feritoie più che finestre, come se l’edificio fosse stato costruito per difendersi. Una torre circolare sul lato est, che saliva due piani sopra il resto.
In cima, una finestra—singola, rotonda, buia. L’edera copriva metà della facciata ovest. Non di un verde decorativo —quasi nero, così fitta che nascondeva completamente la pietra sottostante.
E le luci. Ogni finestra del piano principale era illuminata. Ma la luce era sbagliata. Non calda, non accogliente. Giallo-verdastra, come vista attraverso acqua stagnante.
Valeria parcheggiò.
Spense il motore. Silenzio totale.
La pioggia aveva smesso improvvisamente, come tagliata da un coltello. Prese la valigia dal sedile posteriore— vestiti, documenti, armi.
Verificò la Beretta per la terza volta—caricatore pieno, camera libera, sicura disinserita.
Verificò il microfono che Ricci le aveva dato—nascosto nella collana che indossava. Attivo, registrazione continua.
Verificò il GPS tracker—inserito nella suola della scarpa destra. Trasmetteva ancora? Impossibile saperlo senza segnale.
Salì i ventitré gradini di pietra consumata. La porta era massiccia—legno di noce, intarsi geometrici, maniglia di ottone a forma di testa di leone con anello in bocca.
Valeria alzò la mano per bussare.
La porta si aprì prima che potesse toccarla.
Alberto Maffei stava sulla soglia.
Dal vivo sembrava più vecchio di quanto Valeria ricordasse. Capelli argentati, pettinati indietro con precisione ossessiva. Occhi blu intensi ma con qualcosa di nuovo: un tic nervoso alla palpebra sinistra, pulsante, visibile.
Completo di tweed marrone che sapeva di naftalina e vecchia accademia.
Ma era il sorriso che la disturbava. Troppo largo. Troppo teso.
Come una maschera che non si adatta perfettamente.
«Commissario Greco.» La voce era quella della telefonata—educata, controllata. Ma con vibrazioni sottostanti.
«Benvenuta a Villa delle Ombre.» Non disse «Villa Maffei». Disse «Villa delle Ombre». Come se fosse il nome ufficiale. Come se l’oscurità fosse parte dell’identità dell’edificio.
«Professore.» Valeria non entrò.
«Prima di procedere, ho delle domande.»
«Naturalmente.»
«La foto che ha fatto inserire nel mio fascicolo—dove l’ha presa?»
«Dal diario di Davide. Era incollata all’ultima pagina.»
«E la foto con mia madre e una bambina che non dovrei ricordare?» Il sorriso di Maffei vacillò.
Solo per un secondo. Ma vacillò.
«Quella… non avrebbe dovuto riceverla ancora. Non prima di —» Si fermò.
«Chi gliel’ha data?»
«Il suo avvocato.»
«Io non ho contattato l’avvocato.» Maffei si voltò, guardando dentro la villa.
«Allora è iniziato prima di quanto pensassi.»
«Cosa è iniziato?»
«Il gioco.» Si voltò verso di lei.
E nei suoi occhi, per la prima volta, Valeria vide paura vera.
«Commissario, qualcuno in questa villa sta giocando con tutti noi. Io pensavo di avere il controllo—di essere l’orchestratore. Ma penso… penso di essere stato solo un altro pezzo sulla scacchiera.»
«E vuole che io entri comunque?»
«Voglio che lei scopra chi è il vero giocatore.» Maffei fece un passo indietro, invitandola.
«Prima che il gioco finisca. Prima che qualcuno muoia. Di nuovo.» Valeria guardò oltre la soglia.
Un corridoio lungo, illuminato da lampadari di cristallo. Specchi su ogni parete—infiniti, che moltiplicavano le riflessioni. Affreschi sul soffitto— scene mitologiche. Persefone rapita negli inferi. Orfeo che perde Euridice.
E al centro, più grande degli altri— Un fiume.
Anime che bevono. Oblio che scende. Lete. Valeria entrò.
E dall’oscurità al piano superiore, Valeria sentì— una risata.
Bassa. Femminile. Familiare in un modo che le fece gelare il sangue.
Perché conosceva quella risata. Ma non sapeva da dove.
Vuoi continuare la storia?